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Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova Laurea Specialistica in Scenografia IL GIARDINO di Chiara Tassinari
Relatrice: Professoressa Emilia Marasco
Correlatore: Professor Davide Zanoletti
Data: 13 Febbraio 2009
INDICE: 1. LO STUDIO DEL LUOGO – Ragionamento in funzione dell’utilizzo dello spazio 2. L’ANALISI DEL LUOGO – Cos’è un luogo? Quali sono le sue caratteristiche? 3. ARCHITETTURA NATURALE - Lavorare con la natura 4. METODOLOGIA DELLO SCENOGRAFO – Come utilizzare un ambiente naturale per una rappresentazione teatrale 5. GILLES CLEMENT – La natura ha una sua forma di espressione 6. PROGETTO - RIQUALIFICAZIONE DEI GIARDINI BALTIMORA 7. SOCIOLOGIA E MORFOLOGIA DEL PROGETTO INDICE DELLE IMMAGINI: 1. David Nash, Sylvan Steps, 1987, California 2. Giuliano Mauri, Cannocchiali estimativi, Görliz - Sgorzelec 2001 3. Marcel Kalberer e Sanfte Strukturen, Weindendom, Rostock, Germania, 2001 4. Lara Almarcegui - Como viver junto - 27a Bienal de São Paulo 5. Amy Balkin – Pubblic Somg – 2004 6. R. A. F. – Volantino informativo per i curatori, gli artisti e i critici della mostra 7. Wilfredo Priedo – Enstaque – installazione di barili, acqua, rana – 2008 8. Tomas Saraceno – Esperimento per Air Port City 9. James Yamada – Birth of the cool 10. Maarten Vanden Eynde - Genetologic Research - 29 giugno – 14 settembre 2004 11. Bruce Cannon – Tree Time – 1998 - colleczione Marcia Tanner 12. Humbert Duprat - The Wonderful Caddis Worm: Sculptural Work in Collaboration with Trichoptera – 2007 13. Curdin Tones – Senza titolo – 2004 14. Curdin Tones – Senza titolo – 2004 15. Michael Salistofer - u11-54°11.393N/012°07, 594E – 2007 16. Mark Dion – Ichthyosaurus - 2003 17. Piazza De Ferrari – Genova 18. Piazza Grande – Arezzo 19. Piazza del Campidoglio – Roma 20. Piazza Pretoria – Palermo 21. Piazza Faralli dall’alto con schema dei passaggi 22. lavorazione in porfido che da alla piazza un senso circolare 23. Pavimentazione in cotto in senso prettamente verticale, mancanza di circolarità 24. Piazza Faralli: Muri per proteggere le aperture di areazione 25. Camminamento per gli uffici 26. Scale presenti negli ultimi edifici in fondo ai giardini, direzione via Madre di Dio 27. Sentiero in materiali naturali: seppur spigoloso dialoga col giardino 28. Sentiero in terra battuta: si sposa perfettamente con l’ambiente circostante 29. Sentiero dei giardini Baltimora: il materiale e soprattutto il bordo non comunicano con il verde 30. Sentiero dei giardini Baltimora: bivio finale 31. Muretti dei giardini 32. Muretti dei giardini visti dall’alto 33. Lapide di Paganini 34. Lapide di Paganini visuale ingrandita 35. Piantina di orientamento dell’area 36. Il cammino del sole, Francois Lelong, 2008 37. Passerella in assi di legno disposta lungo il giardino 38. Fine di Via Madre di Dio con il ponte di Carignano sullo sfondo 39. Installazione di Omar Ronda, Cracking Art RINGRAZIAMENTI Essendo questa l’ultima tesi che mi sia rimasta a disposizione tenterò di far più ringraziamenti possibili anche perché dubito che avrò altre occasioni di citare tutte le persone che mi sostengono e mi aiutano in questo strano e lungo cammino… Desidero ringraziare per la preziosa collaborazione Enrico, sostenitore in tutto e per tutto presente in qualsiasi momento, anche nel più impensato, il Professor Davide Zanoletti per la sua pazienza e per il suo interessamento, il Professor Massimiliano Civica per la sezione cinematografica e per avermi dato molta fiducia per il mio futuro (seppur a stento e con fatica… come dice sempre), il Professor Guido Fiorato per la sua disponibilità, per avermi prestato libri, videocassette, indicato testi, spunti, idee ecc.. Gli architetti, progettisti e ingegneri che hanno reso tali i Giardini Baltimora: per quanto abbiano compiuto uno scempio mi hanno dato l’opportunità di conoscere ed apprendere molte cose e di confrontarmi con un lavoro per me difficile, la Professoressa Emilia Marasco per avermi fatto conoscere Gilles Clément e per il suo corso di Storia Sociale dell’Arte che mi ha appassionato sin dalle prime lezioni, mia zia Magda per le correzioni e per avermi regalato un importante pezzo della bibliografia, mamma e papà che mi hanno sempre sostenuta in tutti i modi e maniere in ultimo costruendomi una sorta di laboratorio, mio fratello Guido per tutti i problemi riguardanti il computer, il signor Sergio Marini per avermi fatto conoscere un’altra faccia dei Giardini di Plastica, Rosanna per avermi sempre ascoltata ed aiutata a chiarirmi quando avevo dei dubbi e in ultima battuta, ma non per importanza, la Professoressa Valeria Manari che, seppur indirettamente, resta per me un esempio da seguire ed imitare sia per serietà con il quale ha insegnato a noi in questi due anni sia per la passione che ha sempre messo nel suo lavoro. E’ con questa cura e dedizione che spero di poter proseguire il mio percorso. Capitolo 1 LO STUDIO DEL LUOGO – Ragionamento in funzione dell’utilizzo dello spazio Spazio: cos’è uno spazio? Fate una semplice prova, iscrivetevi al primo forum su internet che abbia la dicitura “answers”, ovvero “risposte” e lanciate questo quesito. Ebbene le risposte saranno della pi varia natura: “Lo spazio mi dà un senso di libertà,che sia un prato o un cielo aperto un interno fra 4 mura o un'oasi nel deserto.“ “l’estensione di un corpo” “spazio per Kant: modo in cui le cose si susseguono una "accanto "all'altra...è una forma a priori...ossia non deriva dall'esperienza” “Ciò che riesco a contenere con la mente” “...quel vuoto tra il pensare e l'agire” “lo spazio e tutto ciò che sta attorno all'uomo...lo spazio è poco quando l'uomo ha troppi pensieri per la testa...lo spazio è tanto quando non c'è niente nel cuore di un uomo...lo spazio va e viene al ritmo dello scorrere della vita umana...lo spazio sembra infinito...ma quando è troppo diminuisce” Quello che si può notare da questo esperimento è che c’è parecchia confusione nel dare una semplice definizione alla parola “spazio”, questo per vari motivi: innanzitutto la parola “spazio” è capace da sola di contenere infinite connotazioni e riferimenti: esiste uno spazio astronomico, cioè quello che determina la posizione di un universo situato al di fuori dell’atmosfera stellare e/o planetaria, è uno spazio quello fisico, ovvero quell’ l'elemento dell'universo attraverso il quale ci muoviamo e esistiamo, misurato nel Sistema Internazionale con l'unità di misura del metro e con i multipli, sottomultipli e derivati di quest'ultimo. In matematica le cose si complicano perché qui lo spazio ha un’infinità di usi, basti pensare a quello euclideo, struttura che fornisce il modello per l'ambiente nel quale si colloca la nostra vita quotidiana e che è servito allo sviluppo della meccanica classica (newtoniana), a quello utilizzato da Einstein insieme al tempo, agli spazi topologici e così via. Questo esperimento introduttivo con relativa ricerca di definizione rende l’idea di quanto sia difficile comprendere quello che sociologicamente si definirebbe come un’area dove si compiono le norme ed i processi che uniscono (e separano) le persone non come individui ma come componenti di associazioni, gruppi ed istituzioni. Vi sono quindi spazi che creano processi inconsci che ne determinano l’uso in un modo, piuttosto che in un altro. Quali sono le regole per cui in un luogo sento il bisogno di fermarmi piuttosto che proseguire? Perché un luogo mi da una sensazione di libertà e un altro una di oppressione? Siamo giunti alla nostra seconda definizione: cos’è un luogo? Anche qui rispondere non è semplice: se ci si accontenta della definizione di luogo antropologico esso è tale quando possiede una stratificazione sociale, una storia, dove si può ritrovare la propria identità, dove si possono stringere rapporti sociali e dove c’è una possibilità di condivisione: è da questa definizione che Marc Augé ha estratto, per contrasto la definizione di “non luoghi”, ovvero degli spazi che, essendo utilizzati solo in determinate situazioni dando al fruitore un servizio uguale a quello che darà al fruitore successivo, portano tale individuo in un mondo dove i suoi connotati biografici e il suo modo di essere e pensare vengono automaticamente azzerati. Eppure è difficile in quest’epoca, dove la sovrappopolazione regna sovrana e l’urbanizzazione corre a una velocità incredibile considerare ogni luogo esistente di per sé, ma con poca storia, un non luogo; questo perché ogni luogo può avere in se una scintilla che può farlo diventare “nostro”, basterebbe riconoscerne l’esistenza. La nascita frenetica di questi nuovi spazi urbani crea continuamente degli spazi interstiziali che tendono a colmarsi di tensione perché alla ricerca di una propria identità d’azione. Uno spazio interstiziale può essere una periferia se si guarda con l’occhio della metropoli ma potrebbe potenzialmente essere un’aiuola, un marciapiede in fase di ristrutturazione, un edificio abbandonato o un cosiddetto vuoto architettonico. Come viene brillantemente descritto nel libro di Massimo Ilardi “il tramonto dei non luoghi” ogni spazio può avere una sua valenza e una sua importanza, basta saperla individuare, riconoscere e monitorare lasciandola comunque libera di esprimere al meglio la propria essenza. Purtroppo questo non è sempre possibile ed è qui che entrano in gioco le forze governative. Il controllo dei luoghi di periferia non è affatto semplice e spesso crea problematiche all’interno di essi: i governi non danno molta importanza ai loro interventi o alle loro mancanze, per questo possono nascere problemi di varia natura: se una periferia non viene opportunamente monitorata può, nel suo piccolo, evolversi e ospitare personalità considerate scomode per la società. Questo potrebbe non essere un problema se esistessero delle semplici segnalazioni dell’esistenza di determinati ambienti. Purtroppo i governi non hanno occhi dappertutto, questo può far nascere anche degrado e delinquenza: a questo punto le istituzioni decidono di intervenire con i mezzi a loro disposizione, ovvero militari, forze armate e imponendo delle leggi. A differenza dei reali non luoghi che, per essere vissuti hanno bisogno di regole ben precise per sopravvivere, le periferie non nascono sotto il dominio delle leggi ed è per questo che le rifiutano con la stessa violenza con la quale esse vengono successivamente imposte. Le uniche regole che agiscono negli spazi metropolitani occidentali sono quelle del mercato in cui l’individuo, bombardato dalle immagini, si trova ad agire sotto la supervisione di chi, dall’ “alto”, ha deciso di decodificare i suoi desideri e di muovere i suoi gesti attraverso una serie infinita di prodotti. Eppure un luogo può contenere migliaia possibilità di utilizzo, di risorse, ma richiede, comunque, d’essere osservato prima di agirvi al suo interno. E’ esattamente per questo che un luogo (o uno spazio) non può essere definito in un’unica maniera (esattamente come nell’esperimento del forum all’inizio), ognuno di essi dovrebbe essere monitorato, “spiegato” alla gente, alle istituzioni e aiutato a svilupparsi tramite un linguaggio proprio, unico e comprensibile. Il linguaggio di un luogo lo si comprende nel momento in cui pensiamo con che azione esso debba essere colmato. L’azione è il solo modo che abbiamo per comprendere i confini dello spazio in cui agiamo e per decodificarne le problematiche o i pregi. Anche l’azione più banale può dare a uno spazio una valenza purché sia fatta in totale libertà e in relazione al luogo in cui siamo. VARI TIPI DI SPAZI Secondo Ilardi esistono diverse forme di spazio: lo spazio liscio e indefinito della città mercato, governata appunto dal consumismo, lo spazio territorio e il paesaggio. Mentre il territorio è stato costruito in lungo tempo, è governato dalle istituzioni ed è soggetto a determinate regolamentazioni (pur essendo teatro di conflitti) spesso non è natura, non è un patrimonio fisico,naturale e culturale da tutelare. Ilardi definisce il territorio come “proiezione immediata dei desideri di un individuo dominante che lo trasforma in conflitto allo stato puro”. Quando la metropoli, costruita tramite le leggi del mercato, non riesce più a controllarne gli abitanti attraverso le immagini pubblicitarie, si crea, inevitabilmente, un forte e violento conflitto interno, trasformando tal spazio in territorio. Pare una contraddizione dir questo ma la politicizzazione preferisce il paesaggio al territorio perché lo considera maggiormente governabile: in un’epoca come la nostra, nella quale l’architettura parla attraverso la poetica della spettacolarizzazione la natura crea un contorno di bell’ effetto attorno ad essa, inoltre la difesa di una riserva naturale permette all’uomo il controllo totale di essa e del suo evolversi. Il paesaggio, quindi, appare come un luogo al di fuori delle leggi dell’umanità, eppure questa è mera illusione e chi può ben spiegarlo è l’agronomo, ingegnere Gilles Clemént che nel suo libro “Manifesto del Terzo Paesaggio” segnala il bisogno di lasciare la natura libera di poter vivere secondo le proprie leggi, dandole la facoltà di scegliere di essere un qualcosa che non abbia una forma prettamente definita ed essere in continua trasformazione. Secondo Ilardi la poetica di Clemént appare contraddittoria in quanto confinare la natura significa imporle un controllo, quindi è impossibile in, un regime democratico, lasciar totale libertà ad un’entità che non ha ancora deciso la propria forma definita ed è per questo che creare delle riserve per il Terzo Paesaggio lo condanna inevitabilmente alla sua estinzione . Una tipologia di spazio frequente e conosciuto della cultura moderna è quella della metropoli, considerata fino a una decina - ventina d’anni fa come un “non luogo”. L’ideologia delle istituzioni di poter confinare in questi spazi persone accomunate dal solo rendimento economico è stato un errore come lo è stato quello di considerarvi tali fruitori come appartenenti ad una sola categoria. L’errore parte dal desiderio delle istituzioni di controllare e contenere il fenomeno chiave e caratterizzante della nostra epoca, il “vagabondare”. La velocità e la facilità con cui si possano creare scambi, reti di comunicazione, di azione e di passaggio da un luogo all’altro hanno destabilizzato l’ideologia governativa che, improntata ancora su vecchi sistemi, non è ancora riuscita a modernizzarsi e a distaccarsi dall’idea di aver pieno controllo di quello che accade all’interno dei propri confini. Le città corrono veloci mentre la nostra mente spesso cammina lentamente, per questo è ancora in atto una sorta di apartheid: confinare diverse culture in un unico luogo senza alcun connotato particolare fa sì che le loro identità sfocino sottoforma di violenza; il bisogno di segnalare il proprio io, di rendergli dignità e visibilità senza porgli oppressioni si traduce come il più grande desiderio di questa civiltà di passaggio che desidera essere qualcuno o qualcosa, non di essere confinata in spazi sorvegliati. Un altro errore è quello della comunicazione o non comunicazione: chi governa uno spazio dovrebbe essere in grado di comunicare le regole, le leggi che lo caratterizzano e di farle rispettare il meglio possibile; allo stesso modo servirebbe una coscienza cittadina che le ascolti e metta in atto. La mancanza di un linguaggio semplice e di un ascolto diretto rende difficile lo scambio che dovrebbe effettuarsi tra le due fazioni ed è per questo che spesso entrano in gioco le forze armate imponendo con violenza stilemi che sarebbero tutt’altro che complessi se solo fossero comprensibili. L’apertura alle diverse civiltà, culture e religioni creerebbe sicuramente meno conflitti di quelli che si tenta di sedare ghettizzandole: siamo spaventati dal diverso e tentiamo di difendere la nostra identità culturale senza renderci conto di quanto il mondo stia diventando un'unica grande metropoli dove chi viene ghettizzata è l’identità culturale di ognuno di noi, schiacciata sotto il peso della legge del mercato che, replicando i propri mostri economici e distribuendoli all’interno delle città, sta trasformando panorami sempre diversi in un'unica vista globale. La comunicazione rimane l’enorme scudo dell’uomo, perché solo attraverso la conoscenza del diverso e l’approfondirsi del sapere, possiamo ricostruire noi stessi e arricchirci senza essere sopraffatti dalla superficialità di un mondo basato solo sul denaro. Sempre nel libro di Ilardi questa tipologia di spazi viene chiamata “spazio liscio” questo perché uguale a se stesso in ogni sua forma e locazione, o così per lo meno è stato pensato dai governi; eppure uno spazio non può essere pensato come insensibile al cambiamento e la popolazione che, in questo senso, lo trasforma a propria immagine. Nascono così dei sottogruppi, dei piccoli ghetti che si uniscono tra di loro mutando uno spazio neutro in quello che Ilardi definisce un “territorio striato” nato a metà tra la domanda di libertà e il desiderio di consumo. È pertanto insensato il desiderio della politica di sintetizzare ad un unico individuo quello che invece si compone di un’ infinità di sfaccettature diverse. UN’ ARCHITETTURA CONSAPEVOLE Comporre e progettare spazi in un epoca alla cui base sta l’ideologia del luogo virtuale e delle reti di comunicazione digitali non è affatto semplice. L’errore più comune è quello di non sottovalutare la reale funzione di uno spazio. Solitamente questo salta all’occhio nel momento in cui intervenire significa mettere semplicemente una pezza là dove il danno è ormai consistente. Secondo Ilardi per progettare un’area che non risulti problematica si devono utilizzare ciò che nelle metropoli resiste alle ibridazioni e ai sincronismi . Oltre a non tener conto della funzione che uno spazio deve avere, la progettazione architettonica deve far fronte al desiderio delle leggi del mercato di monitorare i fruitori di tal luogo e della contraddittoria paura della diversità che chiede esplicitamente la costruzione di cancelli, muri, porte blindate e reti per nascondervisi all’interno. Si richiede, dunque, la costruzione di un luogo asettico, in cui sono presenti regole ferree e in cui sia possibile il controllo totale di ogni attimo vissuto al suo interno. Perfino quelli che un tempo venivano considerati come spazi pubblici si sono trasformate in luoghi dediti al mercato dove la natura, l’arte e il paesaggio si tramutano in attrazioni turistiche “vetrinizzandole” secondo il desiderio delle leggi che lo caratterizzano. Il vero luogo pubblico è quello che nasce dal conflitto istituzionale per andar contro il controllo totale della propria libertà, questo decidendo una governabilità in accordo con chi ad essa deciderà di sottoporsi. Anche le religioni creano confini e ghetti, basti pensare al conflitto palestinese che sta creando barriere architettoniche per tentare di contenere un odio profondo nei riguardi di una razza, di un’appartenenza religiosa. Sembra incredibile come, anche in questi casi c’entri l’architettura, eppure è ad essa che si deve il nostro personale rapporto con lo spazio a noi circostante ed è tramite essa che tentiamo di difenderci da ciò che definiamo diverso. La stessa democrazia, nata su un principio di libertà si trova svuotata dei valori che la guidavano verso una costruzione consapevole degli spazi. La libertà attuale si traduce in atti di violenza, disgregazione, non cerca alleati e affermazione di se. Questo fenomeno crea spazi brutali, luoghi del conflitto, della guerra, spazi vuoti che tentano di colmarsi di un qualcosa che non possa essere definito perché in continuo mutamento. Abbiamo visto in quanti modi si possano classificare gli spazi e quante siano le motivazioni per cui essi possano essere modificati o progettati in un certo modo. In un mondo come il nostro, in cui dobbiamo apprendere come sfruttare al massimo ciò che già possediamo, il compito di architetti, urbanisti e scenografi dovrebbe essere quello di progettare e creare spazi tagliati a misura dell’uomo moderno. Spesso ci si imbatte in spazi precedentemente costruiti, senza una vera e propria logica o secondo le logiche d’errore precedentemente descritte. Il disagio che queste aree provocano ne determinano l’abbandono o peggio ancora il degrado. In un ottica in cui la comunicazione dovrebbe essere alla base del proprio lavoro credo sia giusto imparare a evidenziare le motivazioni per cui vengono fatti degli errori durante la progettazione di uno spazio. La nostra epoca si distingue rispetto alle altre perché il futuro ci pone davanti il quesito delle risorse del pianeta che, sfruttate inverosimilmente fin ora, stanno scomparendo ed è per questo che la ristrutturazione sia una metodologia di lavoro che si deve apprendere. Attraverso i disparati linguaggi comprensibili dell’ Arte, misti ad un’ideologia dedita alla progettazione di un’ architettura consapevole si possono attuare, attraverso un’analisi e ad una segnalazione dei problemi, dei possibili recuperi di spazi urbani degradati o abbandonati, riqualificandoli e rendendogli una dignità, sottolineandone comunque i difetti. Capitolo 2 L’ANALISI DEL LUOGO – Cos’è un luogo? Quali sono le sue caratteristiche? Abbiamo fin ora parlato di luoghi e spazi mischiando un po’ entrambe le definizioni, ora invece tentiamo di scendere un po’ nel dettaglio: Se uno spazio ha una connotazione abbastanza indefinita, un luogo è tangibilmente una porzione di spazio consolidata e definita in quanto tale. Supponiamo di trovarci in un luogo qualsiasi (una piazza, l’interno di un edificio, un giardino…) e poniamoci delle domande: Come mi sento dentro a questo luogo? Che emozioni provo? Che sensazioni mi lascia? Questa serie di domande determina la prima fase di analisi di un luogo: sarà capitato a tutti di rimanere colpiti o amareggiati attraversando, fermandosi e osservando il posto dove siamo al momento. Si tratta inizialmente di un’operazione semplice (perché scaturisce dentro di noi) per poi complicarsi man mano che si decide di affinarla. Un’ analisi richiede tempo e capacità di osservazione, può e deve essere fatta nelle maggiori condizioni possibili (vento, sole, pioggia, caldo, freddo) perché un luogo, per quanto possa apparire fermo, è condizionato anch’esso dal passare del tempo e da quello che gli accade. Ritornare nel luogo, ricalcarlo, riosservarlo aiuterà l’analisi ad essere più dettagliata e specifica. Analizzare significa, in ultimo, far riferimento a testi, documenti, dati statistici e prendere atto di come la nostra iniziale osservazione sia poi realmente sostenibile attraverso queste fonti. Ma a cosa serve un’ analisi? Semplicemente per rilevare la valenza di un luogo, i suoi pregi e difetti, per poterlo valorizzare e per segnalarne le problematiche. Si tratta di una sorta di enigma da risolvere dato in adozione ai cosiddetti “addetti ai lavori”, in questo caso architetti, progettisti, urbanisti e scenografi. Nella nostra epoca saper analizzare un luogo è fondamentale per comprendere come la società e i suoi valori stanno cambiando in funzione, come si è descritto precedentemente, delle leggi del mercato. ANALISI SULLE ARCHITETTURE COMMERCIALI E SULLA RISPOSTA DEGLI ARCHITETTI E PROGETTISTI Come descrive Paolo Desideri , prima della costruzione di un’area pubblica, si ha l’accortezza di domandare, a coloro che in futuro ne saranno possibili fruitori, quali siano i loro bisogni: la gente chiede sempre piazze, aree verdi, pergolati e zone di incontro e svago ma, nel momento in cui gli viene dato tutto ciò, essi si ostineranno a passeggiare all’interno di un ipermercato o a passare le domeniche all’ outlet piuttosto che per aree verdi. La nostra inconscia idea di svago si riflette nelle vetrine dei centri commerciali e nella lucentezza dei pavimenti specchianti, il mercato in quest’ultimo decennio la fa da padrone, tutto quello che ci stimola fa parte di una cultura che tende all’anonimato nella quale nascondere la propria identità; solo in un secondo momento decideremo di mostrarla attraverso la merce che decidiamo di acquistare. La motivazione per cui il turista, visitatore di una città d’arte antica, si definisce innamorato di una piazza o attratto da un giardino è perché, se la si osserva bene, anch’essa presenta l’aspetto di un moderno centro commerciale: le scalinate lucidate a specchio, i monumenti importanti circondati da vetri anti proiettile, reti di protezione, cartelli segnaletici riguardo all’entrata, l’uscita e i servizi presenti, hanno trasformato degli spazi ricchi di storia e cultura in un parco divertimenti patinato e piuttosto finto, in un non luogo insomma. L’architettura risponde a questa nuova tendenza in maniera piuttosto varia: vi sono architetti che decidono di non intervenire, è il caso di Rem Koolhaas, architetto olandese contemporaneo, la cui cifra stilistica si spende a favore di una progettazione di dimensioni monumentali, proveniente da un pensiero a priori, nel quale l’uomo diventa accessorio dell’architettura, ospite, visitatore ma non è quasi mai l’indice di partenza. L’idea di poter progettare un’architettura fine a se stessa esula dal suo contesto di partenza che è quello dell’essere pensata per l’uomo. Tale spettacolarizzazione può essere un modo per denunciare la mancanza di un’architettura che definisca l’identità dell’occidente oggi, la voglia di creare nuovi luoghi significativi o semplicemente un modo per celebrare un’arte che circonda l’uomo in tutti i suoi sensi. Un’ altra risposta è quella che si può riscontrare visitando un Outlet o un centro commerciale: l’architettura diventa semplicemente una gabbia, vengono lasciati a vista piloni e costruzioni in acciaio che dimostrano l’effimera struttura del mercato; il tutto viene mascherato da enormi impianti scenografici che fanno un po’ il verso ai moderni allestimenti televisivi: brillantini, pareti luccicanti, luci al neon e faretti d’ogni genere e tipo, il tutto per calarci quella sensazione di benessere e di ricchezza raccontatoci dalle boutique più chic o dalle riviste patinate. Si tratta di un modo straniante per presentare un mondo al di fuori della realtà, un qualcosa che sembra non appartenerci, renderci anonimi e farci sbattere da una vetrina all’altra con la stessa attrattiva che i fiori usano per farsi impollinare dalle api. Infine, entra in gioco lo stile “antico centro storico cittadino”: si tratta di una tipologia di arredamento presente soprattutto nelle aree di riposo e svago degli Outlet e si basa sulla ricostruzione di piccoli “set cinematografici” utilizzando l’estetica delle piazze italiane: pareti rivestite da finte casette in cartongesso colorate a tinte pastello, ringhiere smaltate di verde il tutto decorato con fiori finti come se ci trovassimo all’interno di una piccola Cine Città; il grande magazzino viene addomesticato e nascosto sotto la scorza di quello che attualmente chiamiamo centro storico dandoci l’impressione di poter ritrovare quell’identità e umanità che si assapora quando si attraversa un borgo antico. LE ECO - CITTA’: ANALISI SULLO SFRUTTAMENTO DELLE RISORSE, SUL CAMBIAMENTO DELLE ABITUDINI E SULLE NUOVE PROBLEMATICHE URBANE Analizzando la società del momento scopriamo che esiste un altro grosso fattore che determina il costruirsi di nuovi centri urbani: l’ecologia. Per quanto si tratti di un argomento piuttosto calcato dai Media, le istituzioni sono molto restie riguardo alla progettazione di aree urbane che presentino caratteristiche di eco compatibilità con l’ambiente circostante, questo perché l’ecologia pone dei “paletti” al sistema del mercato, cosa poco gradita in un epoca in cui la vita si basa essenzialmente su questo. Si parla spesso delle eco-città, di miglior impiego dell’energia, di forme rinnovabili: dall’epoca della rivoluzione industriale l’urbanizzazione ha prodotto forti cambiamenti e sconvolgimenti sia sul piano umano che su quello urbano. Inoltre il progresso, le nuove tecnologie, ma anche lo stile di vita e la modernità, le lotte sociali e l’abbattimento dei dogmi ecclesiastici hanno cambiato fortemente la vita e le abitudini dell’uomo: gli edifici urbani negli ultimi trent’anni hanno visto una decrescita del nucleo famiglia, riempiendosi così di una media di persone molto più bassa rispetto a un tempo, solo nel 1971 il numero medio dei componenti di una famiglia era di 2,9 nel 1998 era 2,3. Nella città britannica di Rowlands Gill, per esempio, la quantità di famiglie, in questo lasso di tempo, è cresciuta dell’1% nonostante una complessiva diminuzione degli abitanti del 3%. Questo significa più case meno popolate e una dispersione maggiore di soldi ed energia. Oltre a ciò, la possibilità di spostarsi per lunghi tratti, condizione favorita dall’uso delle automobili, ha potuto spostare le zone abitative in locazioni distanti dal centro cittadino creando confusione e dispersione delle risorse energetiche, nonché un inquinamento globale dovuto ai gas di scarico. Ricordiamoci che anche le auto ferme creano problemi riguardanti lo spazio: anche stando ferme, hanno bisogno di stazionare all’interno di parcheggi (sotterranei, zone auto all’aperto, silos ecc...) quindi occupazione di altro suolo. Tra il 1800 e il 1900 la vita urbana delle città, soprattutto in Inghilterra si fa sempre più caotica e disorganizzata, nascono in questo periodo i cosiddetti Slum, complessi abitativi precari spesso ricavati da case borghesi in decadenza, suddivise in spazi più piccoli e subaffittati a categorie non abbienti. Oltre ad essere di manifattura precaria i servizi minimi, indispensabili per la sopravvivenza (acqua, gas, luce) non sono sempre garantiti e le condizioni igienico sanitarie diventano, per questo, precarie. Si pensa, quindi, ad una soluzione utile per ripristinare il benessere generale e dare ordine al manto cittadino, prendendo spunto dalle famiglie provenienti dalla campagna che ancora beneficiano di uno stile di vita più salubre, tentando, però, di portarlo all’interno dei centri cittadini degradati: nascono così le città giardino, movimento fondato da Ebenezer Howard, dove si costruiscono aree urbane formate da piccole abitazioni bifamiliari, circondate da un minimo spazio verde, utilizzato come orto o, semplicemente, come giardino. Quanto abbiamo visto l’indica da quanto tempo l’uomo conosce e comprende la ricchezza di una vita vissuta in un ambiente il più possibile naturale e da quanto tenta di riconciliarsi ad esso. Negli anni ’80 del 1900 il dibattito sulla costruzione di nuove case a risparmio energetico costruite intorno al centro, questo soprattutto nel Regno Unito. Fino allora l’allontanamento delle famiglie dalla città aveva creato una miriade di spazi vuoti piuttosto degradati all’interno, i quali venivano demoliti, senza però spostare le zone dedite al lavoro e al commercio dal centro, creando un fenomeno di allontanamento e di totale dipendenza dall’automobile. Dagli anni 90 ad oggi si sta tentando di riportare la città verso un unico centro, questo perché, a causa delle casette fuoriporta, la campagna sembra scomparsa, l’acqua defluisce sul terreno senza esserne assorbita creando così aridità ed estinzione delle specie presenti in natura, sia per quanto riguarda le piante che gli animali. Nel 2016 è previsto, nel Regno Unito, una legge che preveda che le abitazioni siano fatte entro un parametro che permetta di utilizzare meno carbonio possibile (zero - carbon) riducendo così il gravoso impatto ambientale che si crea durante la costruzione di una casa. Eppure bisogna stare attenti perché meno carbonio nelle case si dovrebbe anche tradurre in meno carbonio per quanto riguarda l’insediamento, la costruzione e il trasporto dei materiali tramite camion. Al momento il dibattito sull’eco - città rimane aperto e molto conflittuale in quanto non tutti possono permettersi di abitarvi e perché, nonostante tali insediamenti siano piuttosto positivi, non hanno risolto il vero problema della nostra società, ovvero restaurare quello che già possediamo e fare in modo che tutti possano beneficiarne, ricchi e meno ricchi. Inoltre questi insediamenti sarebbero maggiormente eco-sostenibili se si appoggiassero a delle reti trasporto efficienti e organizzate: purtroppo i servizi pubblici aumentano di portata in base ai bisogni cittadini e ai soldi dell’amministrazione pubblica, cose che però non si possono stabilire nel momento in cui si progetta uno spazio urbano, chi può prevedere quanti saranno gli abitanti delle eco-città? Vi sono ancora problemi da risolvere quindi ma già aver analizzato le problematiche e cercato una soluzione significa aver fatto un passo avanti. ANALISI DEL CENTRO STORICO NELL’EPOCA DEL CONSUMO Sul libro “Attraversamenti, i nuovi territori dello spazio” , Antonio Terranova elabora un’analisi particolare legata alla salvaguardia dei Centri Storici: l’articolo parte dalla visita all’interno di un centro commerciale, a Porto in Rua Santa Catarina, chiamato appunto ViaCatarina; al suo interno, oltre alle classiche boutique, poste l’una a fianco all’altra lungo un percorso quasi obbligato, si erge, all’ultimo piano, una zona relax, circondata da piccoli ristoranti e caffè, allestita simulando un vecchio centro storico: piccole casette con finestre di media grandezza circondate da inferriate in legno tinte di verde, ringhiere sagomate in ferro battuto attraversate e decorate con finte piante di geranio. La somiglianza con una piazza toscana o modenese è incredibile, nonostante il complesso sia visibilmente finto e, standone al’interno si respira la stessa sensazione che si prova stando dentro a un parco di divertimenti. L’analisi prosegue descrivendo quanto la nostra cultura sia determinata da un abbandono delle piazze come luogo di ritrovo e di scambio e di quanto i rapporti umani siano cambiati: il XX secolo appare come un ‘epoca in cui comunicare sembra la cosa più semplice del mondo, eppure i mezzi di comunicazione tendono al nasconderci, c’è nei nostri approcci con la realtà un incredibile desiderio di rimanere anonimi. Le nostre piazze non ci identificano più perché siamo noi a non volerci identificare in loro, preferiamo incontrarci in luoghi di servizio, in bar e autogrill, senza svelare la nostra vera natura di essere umano, il nostro sentire. Il Centro Storico è una realtà rimasta congelata ad un epoca in cui gli affari e le comunicazioni più importanti dovevano avvenire in un luogo deputato, con l’avvento di Internet, dei gestori di telecomunicazione che offrono la possibilità di telefonare, video telefonare, inviare istantaneamente documenti e preziosi in ogni luogo si desideri la funzione della piazza è venuta a mancare lasciando a questo luogo la possibilità di cambiare o di essere rimodernato per altre funzioni. Se si osserva Piazza San Marco a Venezia ci si imbatterà sicuramente in un flusso continuo di visitatori “pendolari” una nuova categoria di viaggiatori “fast” che vengono trasportati e lasciati all’interno delle città storiche giusto il tempo perché possano rendersi conto di starci effettivamente, di scattare un paio di foto e di visitare le sue opere più importanti. Che tipo di sentimento di appartenenza può provocare un luogo simile? Come può una città visitata per una quindicina di secondi farci sentire appartenenti alla nostra cultura? La storia degli antichi centri cittadini viene quindi ripristinata, spolverata, messa a lucido e protetta con una serie di vetri anti proiettile per essere presa d’assalto, “consumata” dai turisti e dai visitatori, perdendo così la sua valenza, la sua storia per trasformarsi in un nuovo non luogo. E’ difficile pensare a ciò ma a pensarci le città d’arte si offrono al fruitore come bene di consumo quindi svolgono un servizio uguale o simile per tutti indistintamente dalla razza, dal sesso o dall’età esattamente come potrebbe fare un moderno ristorante o un aeroporto. Le istituzioni che partecipano alla salvaguardia dei centri storici sono innumerevoli e spesso il loro agire non ha fini economici: si tratta di associazioni come Italia Nostra o l’Ancsa, se non fosse per loro la modernizzazione avrebbe già distrutto o ignorato queste strutture urbane di cui ci siamo preoccupati solo dalla seconda metà del 1900, epoca in cui, per la prima volta, appare la definizione di Centro Storico sul vocabolario Zanichelli. Siamo stati forviati dall’uso della città come metodo per guadagnare denaro perché, in realtà, una vita legata al consumo e alle leggi del mercato disumanizza la nostra esistenza, c’è ancora una parte di noi che desidera fermarsi un momento di più e assaporare quello che è stato il nostro passato per riscoprire una parte di noi stessi. C’è invece un’altra fazione che non sopporta che tale luogo sia privo di una funzione: nascono così le manifestazioni folkloristiche, i concerti all’aperto, le grandi mostre e così via. Questo trasformare le città in musei determina però altri aspetti devastanti: la mancanza della vita vera in un posto (chi desidererebbe vivere dentro un centro divertimenti?), la stesura dei suoi confini, le problematiche rispetto a una sua possibile chiusura o apertura, entrata o uscita e la creazione di leggi apposta per lui con conseguenti controlli da parte della difesa, misure di sicurezza adeguate e via dicendo. Tutte problematiche rendono l’impresa difficile e la possibilità che le piazze vengano abbandonate e inglobate dalla frenetica vita di tutti i giorni. Quest’ultima teoria fa disperare i benpensanti fruitori e dediti al restauro del centro storico per preservarne la bellezza, nessuno di loro avrebbe voluto che questo luogo si trasformasse in un parco divertimenti, eppure è così e non da poco: è dai tempi del grand tour che si sponsorizza la fruizione delle città come luoghi dove poter appagare la propria sete di cultura, il proprio desiderio di sapere. Siamo da sempre in cerca di vendere la Sindrome di Stendhal a qualche visitatore dei nostri centri e questo è forse (purtroppo) l’unico modo che abbiamo per fare in modo che rimangano quello che sono. In realtà sarebbe più utile non una riqualificazione del centro, bensì la possibilità di poter apporre il nostro segno dentro questo agglomerato di stili ed epoche che hanno firmato, con le loro caratteristiche e con la loro storia, uno spazio che in realtà non contiene, al momento, altra funzione se non quella di farci sentire parte di un qualcosa che vada un po’ oltre la semplice parata folkloristica o la sagra con i cosiddetti piatti tipici della regione. Ormai abbiamo la consapevolezza di far parte di un mercato globale, ma esiste ancora un qualcosa che può differenziarci, questo qualcosa siamo noi, le nostre esperienze, il nostro amore per le cose, la nostra cultura e un’intelligenza positiva che merita un approccio attivo riguardo a quello che ci circonda, senza la paura di dover analizzare noi stessi e di metterci in gioco. RISCOPRIRE LA PROPRIA IDENTITA’ ATTRAVERSO LA NATURA Dopo questa serie di analisi possiamo affermare che la vita dell’occidente si basa soprattutto sulle leggi del mercato e sull’anonimato più totale, c’è un abbandono delle radici culturali e un incredibile desiderio di sparire dentro un magma globalizzante. Eppure un articolo di Mario Calabresi riguardo agli Orti di New York sembra, in sordina, dichiarare qualcosa di importante: sul sito http://www.eddyburg.it/ appare, in mezzo a tanti articoli, questa piccola perla che racconta di una nuova tendenza presente negli Stati Uniti: la coltura di ortaggi all’interno del proprio giardino o balcone. Secondo un sondaggio svoltosi in aprile il 39% degli intervistati dichiarava di coltivare ortaggi,a discapito di fiori, prati all’inglese e piante ornamentali d’ogni tipo, preferendole a questi ultimi per vari motivi, in primis quello economico. Tal pratica ha riscosso tanto successo che i corsi di giardinaggio si sono moltiplicati, sono nate associazioni che aiutano, tramite consigli e rimedi, i nuovi agricoltori cittadini, è nata persino un’associazione che cura i giardini a domicilio per cifre modiche (di poco inferiori al costo di frutta e verdura dei mercati). Chi ha dato il via a questo “Boom” sono i ceti inferiori della popolazione americana per rispondere al divagare della piaga dell’obesità e ai prezzi rincarati delle primizie, con conseguenze gravose per chi, a causa della crisi dei mutui, deve ridurre il costo della vita al minimo per riuscire a sopravvivere e mandare avanti la propria famiglia. Per i ceti più agevolati si tratta di uno sfizio, di una moda per riscoprire la genuinità di prodotti realmente liberi da OGM e di sicura provenienza, senza contare la soddisfazione di poter coltivare e magiare prodotti curati con le proprie mani. Gli agricoltori da città vivono a Brooklyn, nel Queens, nel Bronx e in New Jersey. A Manhattan architetti, designer e produttori cinematografici progettano per i ricchi orti più che altro decorativi, ma principalmente la moda nasce dal basso. Quello che per la nostra ricerca è interessante è il fatto che ogni etnia coltivi e produca verdure che si legano alla propria cultura di appartenenza: i latini coltivano peperoncino o zucchine, gli asiatici la verza, i portoricani la preziosa canna da zucchero: c’è una riscoperta delle proprie radici attraverso le colture e la cucina, un riavvicinarsi e addomesticare gli spazi rendendoli nostri attraverso il loro sfruttamento. Inoltre l’appropriarsi di tali spazi per crearne piccoli orti cittadini aiuta il recupero delle aree dismesse della città, la socializzazione (è possibile che una piccola zolla sia condivisa da più famiglie o da più etnie differenti), l’amore per se stessi e la conoscenza di una nuova - vecchia tradizione perduta nelle campagne e rimasta inutilizzata per secoli. Sicuramente l’igiene non sarà dei migliori, considerato che questi spazi vengono ricavati dagli interstizi abbandonati delle città, da vecchie discariche e da zone in degrado, ma è sempre un buon modo per iniziare una bonifica del territorio e un maggiore sfruttamento di zone che potrebbero essere impiegate da tossicodipendenti o spacciatori occasionali. La fisioterapista Karen Washington è a capo di un’associazione chiamata “famiglia verde” di cui fanno parte coltivatori biologici che, appoggiati dal comune, recuperano aree cittadine dismesse insieme a persone disagiate e ospiti di comunità (progetto “Pollice Verde”). Il professor Michael Pollan, autore del libro “il dilemma dell’onnivoro”, patteggia esclusivamente per l’auto sostentamento della popolazione americana riguardo al cibo, denunciando una risposta del mercato inferiore al fabbisogno giornaliero di frutta e verdura nel nuovo continente. A Brooklyn un campo da gioco di 12.000 metri quadrati della Red Hook Community è stato trasformato in una fattoria utilizzata per la coltivazione di pomodori, verze e rucola, accanto al quale si sono insediati 3 ristoranti bio che utilizzano questi ortaggi nei loro menù. Oltre alla coltivazione di erbaggi vi sono anche le prime sporadiche comparse di animali da allevamento all’interno della City di Manhattan: David Graves, uno specialista delle colture degli alveari ha piazzato le proprie arnie nell’ Upper West Side, risultato un miele particolarmente aromatico, frutto del lavoro delle api all’interno degli spazi urbani. Sembra incredibile eppure il miele è di ottima qualità e di notevole quantità, prima produzione ben 70 kg! Dal nuovo continente al vecchio il passo è breve, anche in Gran Bretagna pare avere il sopravvento l’orto fai - da - te: apparentemente si tratta di una sfida verso se stessi (essendo ottimi coltivatori di fiori e piante ornamentali perché non provare a cimentarsi con altri tipi di colture?) ma, molto più probabilmente, il Regno Unito sente l’avvicinarsi di una crisi prodotta dalla sempre più frequente crescita dei prezzi, dal caro petrolio che sta mettendo in ginocchio i mercati, facendo aumentare i generi di primo consumo in relazione al loro luogo di provenienza; in Italia questa tendenza apparteneva al periodo delle guerre in cui vigeva l’auto sostentamento in tutti i sensi. Attestata la piena utilità degli orti cittadini ora tocca alle istituzioni trasformare i giardini e le aree verdi dismesse in piccole risorse per il bene comune: Colin Buttery, amministratore dei parchi pubblici inglesi, ha promosso una campagna per la coltivazione delle colture in piccole aree verdi, l’insegnamento dei rudimenti dell’arte dell’orticoltura e ha promesso di piantare più alberi da frutto a beneficio della popolazione. Persino Buckingham Palace presenta un’area dedicata alla coltivazione metropolitana di ortaggi la quale viene fatta visitare dalle scuole ed istituti che, a loro parere, sembrano gradire sia l’iniziativa sia i prodotti che, alla fine d’ogni visita, vengono loro gentilmente offerti. Tutto questo proliferare di orti cittadini ci riporta ad un’idea di umanità molto più rurale e semplice rispetto a quella globalizzante che prevede la snaturalizzazione della nostra identità. Attraverso l’amore per se stessi e per la natura possiamo riscoprire i valori dell’esistenza, la semplice soddisfazione di raccogliere ciò che seminiamo e la nostra reale libertà legata comunque alla terra e al nostro abitarla seguendo le sue leggi e il suo delicato equilibrio. Attraverso la natura possiamo ricostruire i nostri luoghi di appartenenza, le nostre strade e quello che quotidianamente fa parte di noi stessi. Basta pensare al cibo per rendersi conto di quanto crediamo di essere globalizzati senza poi esserlo realmente: un platano dell’ Amazzonia non avrà certamente il gusto di un platano importato assaggiato a Genova, una papaya proveniente dalla Costa Rica non avrà certo lo stesso profumo se verrà importata in grandi frighi e consumata giorni dopo in una città del mediterraneo. Le piante, nonostante il loro grande adattamento, appartengono ancora ad una categoria che potremmo chiamare “regionale”, per questo possono farci ricordare qualcosa di noi, è in loro che dobbiamo cercare le nostre differenze e coesioni, è nell’assaggio e nell’odorato di un certo luogo che dobbiamo cercare quello che le immagini e il mercato non possono darci. La natura riserva ancora in se stessa la forza di essere globalmente presente in armonia e in forme comunque diverse, di vivere fianco a fianco spesso combattendo ma restando sempre fedele alla sua unica legge, quella di continuare a vivere e a cercare un equilibrio, cercando di trascinare anche noi in questo vortice. Capitolo 3 ARCHITETTURA NATURALE - Lavorare con la natura Per dare una premessa e una motivazione concreta che possa spiegare il contenuto di questo capitolo bisogna partire da un concetto fondamentale: noi siamo natura. Questo legame tende a essere spesso dimenticato dalla razza umana eppure la nostra vita è imprescindibile da questo miracoloso meccanismo che sta in piedi tramite delicatissimi equilibri. Siamo dipendenti dall’aria, dall’acqua, dai frutti della terra, dagli animali… Sembra un discorso banale eppure la società se ne è dimenticata fin ora. Soltanto nell’epoca moderna si inizia a sentire il peso del nostro bieco sfruttamento del pianeta e la sensibilizzazione, seppur in atto, non sembra guadagnar molti frutti. Ma c’è di più: oltre ad ignorare e maltrattare ciò che ci mantiene in vita abbiamo dimenticato che la natura possiede un codice attraverso il quale ognuno di noi può comprendere l’altro perché è attraverso le sue leggi che siamo stati “programmati”, volenti o nolenti siamo legati tutti a questa immensa delicata struttura e, per quanto tentiamo di scavalcarla, essa c’è e parla con noi attraverso un dialogo universale. Riscoprire l’alfabeto di questa comunicazione è nostro dovere perché qualsiasi problematica non si risolve se non siamo noi i primi a porci in una condizione di ascolto. Come ben sappiamo l’arte possiede una gigantesca forza comunicativa che va oltre la parola: la capacità di toccare sul vivo gli animi scavando nel loro inconscio e la possibilità di denunciare senza atti di violenza un problema reale è, senz’altro, uno dei metodi con il quale si può tentare di costruire un ponte tra arte e natura e riagganciare i rapporti perduti. Per ritrovare questo filo di Arianna basta tornare alle nostre origini: quali sono i primi soggetti raffigurati sopra le pareti delle grotte preistoriche? E cosa rappresentano le incisioni rupestri? Scene di caccia, ambienti, vita sociale… La natura (in quanto ambiente naturale) è rappresentata in tutta la sua interezza e a partire da questo esempio saranno infinite le volte in cui ci troveremo davanti, banalmente, una raffigurazione paesaggistica, una natura morta, persino le simbologie religiose parlano attraverso i fiori e le piante (il martire ha spesso in mano un ramo di palma, l’annunciazione non può essere definita tale se l’arcangelo Gabriele non ha in mano un giglio bianco ecc..). C’è chi dalla natura venne abbagliato come i pittori dell’ottocento: dal romanticismo che utilizza grandi paesaggi per esprimere il concetto di sublime, ovvero l’infinito dal quale dipendiamo, al naturalismo che la dipinge in tutta la sua verità e forza espressiva; c’è chi ne copia i sistemi strutturali per crearne uno stile decorativo (art nouveau) osservando e restituendone il suo linguaggio visivo. Comunicare con la natura significa anche negarne l’esistenza, cosa che fecero i futuristi, andar contro a una determinata entità significa, comunque, definirne l’esistenza, nonché dichiararne una forza ben determinata se la si vuole schiacciare con tanta veemenza. Nonostante i Futuristi dichiarino l’epoca della macchina e della tecnologia come la forza vigente nei loro quadri sono sempre comunque presenti testimonianze naturali, la luce ne è un esempio, nonostante preferissero quella artificiale. Esattamente come la pittura, la scultura e l’architettura vengono utilizzati come strumenti da parte dell’ uomo per rappresentare se stessi, uno stato d’animo, la proprio cultura o il proprio credo, così anche l’arte del giardinaggio nasconde dentro di se codici e linguaggi che si delinearono e cambiarono attraverso i secoli, seguendo ragionamenti artistico - filosofici degni da poterla classificare come un’arte a tutti gli effetti. Arte arricchita dall’ utilizzo di esseri viventi (piante, fiori, arbusti, cespugli) e da un ragionamento artistico - filosofico posto all’ interno di uno spazio ampio e spesso articolato. Tale ragionamento interessa non solo l’arte del giardinaggio ma tocca una serie di altri campi molto più ampi come potrebbero essere l’architettura urbana, suburbana, la scultura e la scenografia. Lo studio dello spazio del giardino muta infatti in base alle culture, alle filosofie, al credo religioso e alle vicende dell’epoca in cui esso viene progettato e realizzato. L’articolazione delle varie colture, l’utilizzo di canali e rigagnoli o l’uso di una specie di pianta piuttosto che di un’altra hanno anch’esse un significato profondo e mai lasciato al caso (se non per la stessa volontà dell’artista - giardiniere.). Tornando al lavoro artistico “puro” e lasciando da parte per un istante l’arte di creare giardini proviamo ora a scoprire come la natura abbia aiutato l’uomo nella produzione artistica: oltre ad ispirare tramite suggestioni e fenomeni l’artista utilizzava l’elemento naturale come medium per le proprie opere: la semplice fabbricazione dei pigmenti si basava sulla mescolanza di elementi minerali, chimici e organici tramite leganti naturali (uovo, miele, lattice di fico, gomma arabica, gomma di ciliegio), i pennelli erano costruiti, nell’età della pietra, utilizzando ciuffi di capelli o peli di animali montati su ossa cave e, man mano si procede nella storia, avremmo pennelli fatti con pelo di suino, di bue (i più comuni),o dei materiali più svariati: pelo di puzzola, martora, tasso, scoiattolo; attualmente la fibra sintetica ne ha sostituito (anche se solo in parte) l’utilizzo. Risparmio un lungo capitolo riguardante i supporti che a partire dal primo che possa venire in mente (legno) ad arrivare al più impensato si tratterà quasi sempre di materiali non artificiali. UTILIZZO DI MATERIALE NATURALE “GREZZO” Dopo l’avvento della Land Art, la storia dell’arte vede l’uscita della produzione artistica dalla galleria e l’utilizzo della materia grezza come medium per creare nuove opere. E’ in questo frangente che l’uomo ritrova il proprio approccio con ciò da cui proviene inoltrandosi in un mondo dimenticato e intervenendo direttamente su di esso. L’impossibilità di portare l’opera nelle gallerie, quindi di renderla commerciabile, costituisce il pretesto per l’inizio di un viaggio che risulterà ancestrale e significativo per molti artisti che da qui tenteranno di ritrovare il loro, ormai dimenticato, rapporto con il mondo. Se, da una parte, l’arte, e soprattutto l’architettura, fanno a gara a chi riesce a creare l’opera più tecnologicamente avanzata, dall’altra troviamo una stregua di correnti (Earth, Environmental, Bio e Conceptual Art) che seguono la strada aperta dai Land Artisti, ovvero quella di utilizzare materiali semplici, grezzi, di assemblarli a mano e di ritornare alla cosiddetta “costruzione delle capanne” tipica dell’età della pietra, per trasformarla in un manufatto dai connotati artistici, che dia spunto per un pensiero libero, che crei una domanda e che renda importante ogni elemento organico ed inorganico che ci circonda. Tali produzioni dovranno essere talmente simili all’ambiente da venirne inglobati una volta terminato il loro lavoro di assemblaggio (il legno si decomporrà, i sassi si logoreranno sotto gli agenti atmosferici, gli alberi cresceranno ecc..). Il testo Architettura Naturale, redatto da Alessandro Rocca, contiente al suo interno una serie di esempi significativi delle ideologie e dei percorsi che molti artisti hanno attuato per dar vita a queste nuove correnti. Molte di queste opere seguono l’ideologia dell’equilibrio, della caducità e della rinascita e seguono un famoso principio buddhista: Abbiamo un rapporto migliore se collaboriamo con la natura piuttosto che se cerchiamo di dominarla . Osservando il catalogo si scopre come l’opera, la ricerca dell’identità e il luogo siano strettamente collegate tra di loro in un rapporto essenziale ed effimero. Si respira in ognuna il concetto del passaggio, di un lungo cammino in costante mutamento misto ad una forte sacralità e spiritualità che ci lega indissolubilmente al nostro avanzamento. E’ tramite questa poetica che si scoprono le “regole” che determinano il nostro vivere, interpretate come un lungo cammino di mutamento che nasce dalla terra e che ad essa si ricongiunge. La natura rappresenta una forza viva sorprendente ed è per questo che utilizzarla come medium artistico determina una sfida per l’artista corrente che sarà così in grado di misurarsi con una serie di nuove “tecniche” e di sperimentare materiali che non sono completamente inerti alla pratica artistica ma che contribuiscono, secondo il loro volere, al completarsi dell’opera stessa. Pensiamo, per esempio a David Nash che utilizza solo tronchi caduti per creare le proprie sculture o che costringe i frassini dell’opera “Ash Dome” a crescere per un po’ secondo un disegno ben definito e successivamente dando la possibilità alla pianta di dichiarare se stessa crescendo come vuole. La bellezza di questi lavori viene completata dal luogo nel quale vivono, è raro che finiscano in una galleria, è arte il manufatto tanto quanto il luogo di appartenenza perché anch’esso può regalare suggestioni e apportar modifiche all’oggetto: è il caso di Sylvan Steps, una scalinata scavata all’interno di una sequoia che, travolta dall’uragano El Niño, cambia così completamente la propria collocazione.
Il tipo di collaborazione che si istaura tra uomo e ambiente crea un pretesto per cui anche chi ne usufruisce deve porsi nella stessa condizione di assorbimento e creare un legame col proprio ambiente circostante. E’ probabilmente questa la motivazione per cui Giuliano Mauri crea l’opera “cannocchiali estimativi” : posto sulle estremità di due paesi confinanti (Görliz in Germania e Sgorzelec in Polonia) questa insolita scultura permette di creare un ponte di comunicazione tra le due cittadine spesso accecate dai conflitti dando loro la possibilità di osservare l’altro in maniera discreta. E’ tramite la conoscenza dello sconosciuto che si può instaurare un rapporto pacifico e comunicativo e quale medium può spiegare al meglio questo rapporto?
La dimensione della sacralità non può che essere celebrata con qualcosa di vitale: pensiamo al ramo d’ulivo, simbolo di esistenza vivente portato dalla colomba a Mosè. Anche in questo caso l’architettura naturale si presta ad essere utilizzata come medium significativo: l’opera Weindendom costruita dal gruppo Sanfte Strukturen sotto la guida di Marcel Kalberer è una cattedrale costruita con la tecnica del salice vivo. Attraverso la guida di una lieve struttura in acciaio il salice, malleabile ed elastica pianta dalla forza ed adattabilità sorprendenti, si modella in base allo scheletro architettonico della cattedrale apportandone successivamente la una copertura data dalla crescita del fogliame. Si tratta di un luogo di meditazione e congiunzione con la religione reso ancora più mistico dall’idea che si tratti di una struttura realmente viva. Celebrare la sacralità del creato attraverso le sue stesse forme è forse il modo migliore per creare un legame significativo tra noi e lui. E’ in questo modo che riscopriremo le nostre origini.
Oltre alla sacralità vi sono molte tematiche importanti che legano le architetture naturali al lavoro dell’uomo, si parla di salvaguardia dell’ambiente, di comunicazione tra popoli, di utilizzo e smistamento equo di quelle risorse senza le quali non ci sarebbe possibile abitare su questo pianeta, si parla di elementi naturali primari (acqua, terra, fuoco) di ricchezza, ma, non dal punto di vista monetario. Abbiamo così le opere di Ikeda che risolvono il problema della siccità e della distribuzione dell’acqua , il tutto con uno stile poetico e con una particolare cura nel design. Per la salvaguardia dell’ecosistema del parco West Palm Beach in Florida Jackie Brookner e Angelo Ciotti hanno costruito una serie di bio sculture poste all’interno di tre grossi bacini idrici e che fungono come base per l’insediamento di piante acquatiche le quali aiutano, a loro volta, il sistema di filtraggio del lago . La conoscenza e la comprensione del ciclo biologico sono i temi che, attraverso i suoi progetti a stretto contatto con le scuole, tocca l’artista giapponese Yutaka Kobayashi che non fa altro che portare la stalla e gli animali nelle scuole elementari . Capire l’evoluzione della vita insegna al bambino a comprendere la nostra identità perché anche noi siamo indissolubilmente legati dal ciclo nascita - crescita - riproduzione - morte. L’architetto Edward NG si preoccupa della costruzione di un ponte che serva per far giungere i bambini del villaggio Maosi (nord - ovest della Cina) alla sponda vicina (dove ci sono le scuole): la costruzione è stata fatta con materiali reperibili facilmente in loco, in maniera semplice eppure solida di modo che, per qualsiasi guasto, ci si possa rivolgere tranquillamente alla popolazione locale senza passar attraverso la burocrazia e le istituzioni che, di fronte a questo problema, si sono rivelate poco efficienti. Successivamente abbiamo una serie di artisti che utilizzano il materiale non trattato, grezzo, come elemento per produrre opere pittoriche, scultoree e chi più ne ha più ne metta. Nils Undo costruisce una serie di nidi come fossero culle primordiali da dove nasce la vita , è un modo per ricongiungerci alla terra, per trovare da noi stessi, per farci riscoprire la nostra identità. François Mechain, come Richard Long, utilizza il corpo come elemento di misurazione e limite imposto dalla nostra natura per costruire elementi che parlano del sito in cui trova i materiali che occorrono per rappresentarlo costruendo una struttura poetica e, allo stesso tempo, fotografica . Armin Schuber utilizza il tema del modulo cercando elementi similari tra di loro e assemblandoli secondo concetti astratti come l’annidamento, la comunicazione, la scoperta eccetera . Chris Drury costruisce una serie di camere oscure (Cloud Chamber - Camere delle Nuvole) che riprendono al loro interno le immagini di quel che le circonda, come a volerle custodire gelosamente facendo però riflettere a quanto sia difficile difendere e custodire qualcosa di così fragile eppure di così immenso . Patrick Doughery utilizza il ramo come trasformandolo in argilla, modellandolo continuamente fino a creare forme concentriche e dinamiche, vere e proprie sculture costruite con rami di salice, acero e legno duro di diverse essenze . Olafur Eliasson invece gioca con strutture che possano fare da scheletro a sculture di ghiaccio, oltre a tentar di rappresentare artificialmente la natura in svariati modi: ricostruisce una cascata nella città di New York, inventa una serie di orizzonti di cui uno esposto alla 51° Biennale di Venezia, attraverso giochi di specchi, piccole invenzioni di ingegneria e così via dicendo ricostruisce fenomeni atmosferici ed effetti naturali con risultati sorprendenti . Infine ci troviamo di fronte al progetto del gruppo N Architects che propone uno spazio polivalente, da fruire solamente nel periodo estivo, nello spazio della PS1 adiacente al museo MoMa di New York. Si tratta di una suddivisione in ambienti separati, attuata attraverso il grado di umidità presente in ogni “stanza”: lo spazio “Sand Hump” è il meglio esposto al sole, colmato di sabbia permette alla gente di sdraiarsi, conversare amabilmente e di godere della luce solare come in una spiaggia; umidità massima 5%. Successivamente troviamo la “Pool Pad” in cui è presente una piscina in polistirolo dedicata ai più piccoli per l’esigua profondità ma adatta anche a chi desidera semplicemente mettere i piedi a bagno; umidità massima 15%. L’ambiente “Fog Pad” dove piccoli tubicini creano una lieve pioggerellina che rinfresca i visitatori creando una delicata nube di vapore (umidità massima 90%) per poi giungere alla “Rain Forest” dove le sonorità della foresta, trasmesse tramite altoparlanti, si mutano in forti acquazzoni che riversano getti d’acqua fresca sui visitatori presenti (umidità massima 100%). La cosa interessante è che ogni ambiente è collegato all’altro tramite un fitto pergolato costruito con del bambù verde, sapientemente intrecciato e messo a “copertura” dell’opera collegando, tramite la sua discesa, i 4 ambienti sovra descritti. Questa delicata struttura uniforma lo spazio e lo rende piacevolmente unito e diviso lasciando respirare il passante e, al contempo, facendolo sentire parte di un tutt’uno non solo con l’ambiente della PS1 ma anche con quello che ci sovrasta che fa parte dell’atmosfera (cielo, aria, acqua…). Si tratta di un progetto intelligente e completo che accomuna magistralmente architettura e arte facendo vivere allo spettatore - fruitore un’esperienza viva e stimolante. DICHIARARE UN PROBLEMA ESISTENTE Abbiamo precedentemente visto come utilizzare il materiale “grezzo”, non lavorato e quindi naturale come medium per la creazione di opere dal contesto, dall’utilizzo e dal significato diverso tra loro. L’aspetto “verde” di questi manufatti appare tipico della nostra epoca: dalla stesura del protocollo di Kyoto, infatti, il problema dell’ecologia ha completamente invaso la cultura occidentale bombardandoci continuamente di messaggi pubblicitari contenenti slogan a favore della salvaguardia del pianeta. Siamo circondati da aziende che, apparentemente, difendono l’etica e la qualità dei prodotti, utilizzano materiali di recuperano, sponsorizzano il biologico, proponendo soluzioni alternative alla produzione di energia e così via. Di contro c’è una forte considerazione del fenomeno di mercato, basti pensare ai capitoli precedenti: intere città sono state trasformate in subliminali gallerie commerciali. L’utilizzo dell’etico e del biologico ha costi ancora elevati ed è per questo che molte aziende decidono semplicemente di mostrare un lato “verde” della loro produzione nascondendo in maniera opportuna gli spaventosi scempi ambientali da loro prodotti. Questo fenomeno di ultima generazione viene chiamato Greenwashing , testualmente tradotto come “lavare col verde” o forse, in maniera più esplicativa “il verde lava più bianco”. Tra il 29 febbraio e il 18 maggio 2008 la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo presso Torino ha organizzato una raccolta di opere ed artisti che si misurano su questo tema attraverso opere di svariata natura. Gli organizzatori e curatori della mostra (Ilaria Bonacossa, e il gruppo Latitudes composto da Max Andreww e Mariana Cánepa Luna) hanno preso la decisione di non chiamare quelli da loro considerati “artisti Bio” con l’intento di metterci davanti a una situazione familiare in cui noi stessi siamo in grado di comprendere quanto questo mascherarsi dietro a una falsa etichetta naturalista sia d’uso comune nella cultura occidentale moderna. Gli artisti presenti nel catalogo toccano i temi più svariati trattandoli tramite performance, fotografie, film, sculture, installazioni e tecniche d’ogni genere e tipo: molti come Lara Amarcegui e Ibon Aranberri trattano il tema della città abbandonata, degli spazi interstiziali creati dall’uomo, la prima monitorandoli e scrivendo, dettagliatamente, peso e quantità dei materiali con cui sono stati fatti mettendo in luce l’incredibile quantità di materiale usato e di energie utilizzate per costruire quello che attualmente non ha altre valenze oltre a quella del rifiuto, mentre il secondo si limita a segnalarne la presenza tramite spettacoli pirotecnici come a voler smuovere le amministrazioni pubbliche che, normalmente, utilizzano questa forma di spettacolo per inaugurare una nuova attività, e quindi una nuova vita dell’elemento “festeggiato”.
Vi sono performance che sottolineano la nostra assurda commercializzazione e appropriazione del suolo o delle materie prime: Allora e Calzadilla sono due artisti che lavorano in contemporanea da diversi anni sulla resistenza della popolazione dell’isola portoricana di Vieques che dal 1941 è invasa dalla Marina Militare statunitense; collaborando con alcuni attivisti del posto i due hanno creato delle suole di scarpe stampate che lascino impronte con messaggi polemici e di resistenza, le hanno donate loro, i quali hanno invaso i territori posti sotto sequestro dalla Marina Militare lasciando delle tracce tutt’ altro che “silenziose” sulla terra nemica. La critica sull’appropriazione della terra diventa ancora più accesa se si osservano le opere di Amy Balkin , artista di Baltimora che apre una grossa discussione sugli spazi considerati di dominio pubblico e sull’acquisto dei crediti per l’emissione di anidride carbonica, prevista dal protocollo di Kyoto (Emissions Trading): utilizzando questa legge di mercato la Balkin acquista crediti e li ritira volutamente dal mercato creando due “grosse aree” di aria pulita nell’atmosfera, uno idealmente al di sopra della costa californiana e uno sopra l’Europa. Si tratta di un’azione fortemente satirica che descrive non solo l’assurda volontà dell’uomo di poter possedere anche un’entità quasi astratta come l’aria ma che sottolinea quanto questo bene sia e debba rimanere di dominio pubblico, motivo per cui bisognerebbe tentare di non inquinarla. Allo stesso proposito la Balkin avanza la proposta di far diventare il cielo patrimonio mondiale dell’ UNESCO.
La compagnia RAF (Reduce Art Flights) pubblicizza i metodi di trasporti alternativi all’aereo (mezzo di trasporto a maggiore impatto ambientale) proponendoli agli operatori del campo artistico quali critici, artisti, curatori e così via. La promozione di questo comportamento etico veniva attuata attraverso volantini dalla grafica simile a quelli della Royal Air Force del 1942 colpevole del bombardamento aereo tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale. La compagnia RAF denuncia con quest’opera le “colpe” ambientaliste commesse da coloro che, appassionati d’arte, si spostano da una città all’altra (fenomeno del Grand Tour) per visitarne opere e monumenti, senza contare la pubblicazione dei libri, il mantenimento e la ristrutturazione delle opere ecc.. Tutti comportamenti che, volenti o nolenti, hanno anche loro un forte impatto ambientale.
Norma Jeane (pseudonimo dell’artista) utilizza materiali obsoleti ma di grande effetto per rappresentare la confusione e il difficile approdo alla realtà dell’epoca in cui viviamo mostrandoci brutalmente alcuni percorsi mentali che l’uomo pare aver dimenticato: crea infatti una piccola forma di formaggio prodotta interamente con del latte materno, questo per rimembrare quanto anche noi siamo animali e quindi esseri viventi minacciati esattamente come lo sono quelli che stiamo inesorabilmente sterminando. E’ un ritorno alla nostra antica provenienza che fa comprendere quanto ancora siamo legati alla catena biologica. Oltre a questo la polemica dell’artista si sofferma sul tema delle tecnologie: utilizzando mezzi e materiali derivati dalla scienza crea installazioni che disperdono energia, questo per sottolineare la difficile gestione dell’uomo da parte delle sue risorse. L’opera “the Bonfire of Vanities” (il falò delle vanità) si presenta come un’ aiuola di piante non selvatiche installate negli spazi espositivi della mostra (in questo caso attorno al padiglione ma la stessa opera veniva collocata per la Biennale di Lione in uno spazio espositivo chiuso, alimentata artificialmente era destinata comunque a morire). Il substrato sul quale sono radicate si compone di un particolare fango di depurazione delle acque torinesi trattato microbiologica mente per diventare non tossico. Questo processo descrive quanto la natura sia più forte dell’uomo in quanto può sopravvivere in ambienti tendenzialmente malsani senza correre un pericolo immediato. Inoltre è un monito per l’intera umanità, dobbiamo imparare dalle piante e creare dalle nostre “ceneri” un’esplosione di vita. Wilfredo Prieto si ferma alla semplice descrizione visiva del termine Greenwashing: utilizzando una serie di Barili contenenti petrolio allestisce uno spazio idilliaco dalla vivace connotazione ambientalista. Inserisce tra i barili uno stagno, delle ninfee e perfino una rana viva. Qualsiasi produttore di petrolio utilizzerebbe volentieri questo allestimento per ingannare la propria clientela mostrandogli un lato fintamente ecologista. Non a caso usa il barile di petrolio, infatti è a causa del mercato del petrolio che l’inquinamento è sempre maggiore e se siamo in crisi economica: l’andamento del mercato è completamente dipendente dal mercato degli idrocarburi essendo esso meccanismo di base della domanda e offerta di energia.
Tomas Saraceno inventa una serie di “macchine” che possano essere prese in considerazione come piccoli esempi per una vita futura abbattendo le barriere socio – culturali del nostro tempo. Si tratta più di un grido anarchico alle condizioni politiche degli ultimi anni proponendo al singolo alcune valide alternative per “scappare” dalla vita quotidiana dandogli autonomia e fiducia. Il suo pregetto, “Air – Port – City” non è altro che una serie di prototipi scultorei, progetti ed esperimenti che propongono la nascita di una città volante libera dalle leggi nazionali perché, come le navi in mare, non può essere sottoposta alle leggi del monopolio. La struttura non ha alcun impatto ambientale, si sposta con la forza del vento ed è alimentata dall’energia solare. Per la mostra Greenwashing Saraceno ha creato un film fotografico realizzato tramite una telecamera al quale è stata applicata una ventola con un sensore: in base alla velocità del vento l’elica, muovendosi, aziona il meccanismo fotografico, producendo ad ogni sua variazione, una serie di scatti. L’elica, inoltre, contribuisce all’alimentazione della camera stessa rendendola autosufficiente. Se il vento è poco verranno scattate poche foto, se è tanto ne verranno scattate di più. La sequenza verrà successivamente montata su nastro e proiettata dando allo spettatore un senso di smarrimento spaziale e temporaneo.
Lo studio delle piante cactacee ispira il lavoro di Simon Starling che, attraverso 4 radiatori in ghisa collegati ad una caldaia tramite tubazioni in rame, sintetizza un processo biochimico prodotto dai cactus nelle ore notturne che, variando il processo della fotosintesi giornaliera, per permettergli di consumare anidride carbonica utile per minimizzare lo stress ecofisiologico e la disidratazione del “fogliame”. Starling sottolinea l’importanza della circolarità e dello scambio, leggi a cui non dovremmo sottrarci perché è tramite loro che possiamo ristabilire un rapporto equilibrato con quello che ci circonda. James Yamada utilizza una terminologia raffinata per descrivere quanto la nostra società perbenista produca silenziosamente materiali di scarto: posiziona al centro della stanza espositiva una fredda scritta in acciaio tinto di nero al cui interno sono stati stipati una serie di vermi rossi che, digerendo gli scarti di rifiuto organico, favoriscono la produzione del compost, un raffinato terriccio fertilizzante. Da così vita, oltre a una metafora della società moderna, a un’opera eco - sostenibile, capace di smaltire e riciclare più di 20 kg di materiale organico di scarto al giorno.
Mettere il pubblico di fronte a questi falsi miti attraverso opere artistiche è un metodo efficace contro il consumismo e la commercializzazione sfrenata tipica del nuovo millennio: nei primi anni 50, con l’avvento della televisione, i messaggi rassicuranti degli spot pubblicitari hanno sempre indotto il consumatore ad acquistare il prodotto considerato “migliore” perché maggiormente pubblicizzato. Una volta compresa la falsità del messaggio il consumatore non si fermerà all’apparenza ma tenterà (attraverso i mezzi di comunicazione più recenti come internet o grazie alla sempre maggiore possibilità di reperire informazioni) di scoprire l’altro lato del prodotto. Da poco tempo a questa parte alcune aziende sono state premiate per il loro investimento sulla bio – produttività ed è per questo che, a strascico, la moda del risparmio energetico sia stata presa in considerazione da altri enti e aziende che, in mancanza di tempo, fondi e impegno hanno preferito investire su una falsa pubblicità piuttosto che seguire le orme di coloro che hanno realmente investito sull’ecologico. Sta a noi entrare a fondo del problema informandoci e cercando la verità dietro agli spot e ai reclami. UTILIZZO DEL MATERIALE DI SCARTO Le materie naturali, il legno, il metallo, la pietra e così via non sono le uniche a circondare il nostro ambiente, purtroppo l’incessante contaminazione da parte dell’uomo ha determinato un insorgere costante di materiali definiti di scarto che, solo da poco tempo e solo in alcuni avanzati paesi industrializzati, siamo in grado di rigenerare a nuova vita. La piaga del rifiuto ha toccato, nell’ultimo anno, anche città appartenenti il suolo italiano, basti pensare all’emergenza rifiuti in Campania. Moltissimi sono gli artisti che decidono di descrivere quello che vivono attraverso quello che… raccolgono. Nel 2004 Napoli concede gli spazi espositivi della galleria T293 di Piazza Amendola ad una givane artista, Maarten Vanden Eynde , di origini olandesi che, offertagli la possibilità di alloggiare per breve tempo nella città, decide di “descriverla” attraverso una serie di palizzate e legni di scarto trovati negli angoli cittadini sommersi dai rifiuti. Sottolinea con alcune opere, pensate appositamente per lo spazio espositivo a lei concesso, La costante contraddizione di un paese legato alla tradizione e di grande cultura che, ogni giorno, deve far sempre di più i conti con il degrado urbano.
Dieci anni prima l’artista Bruce Cannon faceva un’operazione simile alla Eynde raccogliendo, invece che rifiuti urbani, degli scarti naturali per farli anch’egli rivivere secondo una concezione molto più macabra e ironica nel contempo, ma già ricca di connotati polemici riguardo alla salvaguardia dell’ambiente; il lavoro “Tree Time” non è altro che una versione naturalista di Frankenstein: un sottile e contorto ramo di alloro viene collegato ad un calcolatore che, tramite sensori stimolati dal movimento dei visitatori, fa muovere a scatti i rami al quale essi sono collegati. Questa macchinazione o trasposizione artificiale di un elemento naturale si può idealmente ricollegare ai lavori di Olafur Eliasson in cui si prospetta un futuro catastrofico dove l’uomo sarà costretto a sintetizzare i fenomeni naturali tramite fonti artificiali perché incapace di preservarli. L’opera “Tree Time” è un tentativo quanto mai fallito di far resuscitare qualcosa di ormai defunto, si prende gioco dei tentativi dell’umanità di cercare di salvare qualcosa che ormai è destinata alla sparizione.
Lo studio sul materiale di recupero attuato da Hubert Duprat è sicuramente molto più sottile e, per certi aspetti, elegante. Affascinato dall’osservazione degli insetti sin da bambino Duprat si dedica allo studio del comportamento della friganea, insetto lacustre utilizzato come esca infallibile per la pesca della trota. Durante lo stadio larvale la friganea si costruisce un guscio protettivo utilizzando il materiale a lei più reperibile (in questo caso, essendo nel fondo di un fiume troverà facilmente granelli di sabbia, piccoli pezzi di alghe o di piante, pagliuzze, pezzetti di gusci e conchiglie e così via) . L’idea di Duprat è quella di offrire a queste larve diversi tipi di materiali per fare in modo che con essi si costruiscano dei gusci piuttosto particolari. Il risultato, se da una parte appare paradossale e ironico, dall’altra ci fa pensare a quanto per la natura non sia importante la distinzione tra un materiale e l’altro, tutto può essere recuperato ed utilizzato per scopi di sopravvivenza. Una delle piaghe del nostro tempo è il non pensare che qualsiasi materiale possa avere delle risorse ma distinguere e classificare trasformando il più della metà dei materiali conosciuti in spazzatura. Che siano pietre o che sia oro per le frigenee non fa differenza, l’importante è che il loro scopo di rimanere al sicuro sia concretizzato. Dovremmo imparare da loro se vogliamo che il nostro scopo sia quello di abitare il più a lungo possibile su questa terra.
Tones Curdin utilizza il pino (legno con cui si fanno le casse da imballaggio) per dichiarare la volontà dell’uomo di ordinare, secondo i propri gusti, la natura a lui circostante . Tutto quello che secondo l’uomo è “sbagliato” o semplicemente differente da quello che la sua idea e il suo pensiero, diventa un rifiuto. Osservando lo spazio verde intorno ad Amsterdam si rende conto che gli alberi hanno una forma fredda e innaturale, così, come tutto quello che fa parte di questi luoghi, inizia ad intervenire su forme di rami preesistenti intarsiandoli come se dovessero diventare una decorazione muraria, un fregio, lo zoccoletto per una parete, oppure creando alberi perfettamente puliti dalla corteccia, lavorati e squadrati. Per fare questo utilizza rami tagliati dalle potature dei giardini. La forte critica riguarda il volere dell’uomo che apparentemente instaura un rapporto con la natura, ma una volta creato un collegamento tenta di imporre il proprio gusto su forme e materie preesistenti con presunzione. Il legno tenterà di ribellarsi ma senza grandi risultati. Tutto questo deve farci comprendere che non basta iniziare un dialogo, bisogna anche seguirlo con attenzione e rispetto altrui.
C’è chi volutamente disperde materiali per porsi dei quesiti riguardo alla conservazione, all’ubicazione, alle leggi governative che regolano il mercato dell’arte: Michael Salistorfer lavora principalmente sulle tematiche site specific attraverso performance e utilizzando i materiali presenti nel luogo in cui andrà ad operare. In mancanza di materia e trovandosi inserito in uno spazio espositivo mette in atto un lavoro opposto, come durante la personale datata 20 aprile 2007 presso la galleria Zero di Milano : invece di portare delle sculture nello spazio espositivo si limita ad appenderne le fotografie e a darne le coordinate del loro luogo di ubicazione al loro possibile acquirente. Le opere appaiono come una serie di “fantasmi”, la loro ubicazione, in questo caso nei sottofondi del mar Mediterraneo, mare del Nord e mar dei Carabi, determina un’appartenenza fittizia dell’opera da parte del compratore in quanto essa è in un luogo difficilmente raggiungibile, esposta ad ogni tipo di erosione da parte dei fenomeni atmosferici e assolutamente non protetta da possibili atti di vandalismo. Oltre ad una forte critica sul mercato dell’arte le opere di Salistofer cercano un forte contatto con la natura e ne desiderano un intervento.
Mark Dion , artista americano nato nel 1961, si sofferma sul tema della natura in modo contraddittorio e irrazionale utilizzando materiali di recupero. La contraddizione è assolutamente voluta in quanto tenta di immedesimarsi nella psicologia umana che tenta di rapportarsi con la natura ma che, non parlando prettamente la sua lingua, non riesce a comprenderla e quindi a rispettarla fino in fondo. Uno dei modi con cui da allo spettatore questo senso di smarrimento è, ad esempio, mostrando la natura attraverso l’interno di piccole casette di cacciatori oppure costruendo una serie di “diorama” (piccole istallazioni espositive presenti soprattutto nei musei di storia naturale, spesso presenti negli stati americani) rappresentante animali morti su letti di spazzatura. Ogni suo allestimento determina l’incoerenza della razza umana rispetto al delicato tema dell’ambiente, è inutile porsi di fronte alla natura come amici quando, anche solo schiacciando l’interruttore della luce di casa.
LA POETICA DI GIUSEPPE PENONE Chi maggiormente incarna questo spirito di contaminazione e bisogno di comunicazione con la natura è, sicuramente, l’artista italiano Giuseppe Penone. Iniziando la sua carriera a soli 22 anni, in un clima di rivoluzione ed innovazione, tipico della fine degli anni ’60, Giuseppe Penone utilizza materiali scultorei nobili come il marmo, il bronzo e il legno per descrivere ed elogiare l’albero: Il suo rinnovarsi, anno per anno, attraverso la crescita degli anelli protetti dalla corteccia, il modificarsi della sua struttura in base agli agenti atmosferici, alla luce e alle costrizioni o azioni che possono essergli arrecate e, nonostante questo, la capacità di sopperirgli, per proseguire ostinatamente la propria voglia di vivere, affascinano Penone che, sin da ragazzo, li osserva e ne descrive le caratteristiche elogiandone la dignità, la forza e utilizzandoli come medium per il proprio lavoro. Oltre a ciò Penone cerca la propria identità all’interno dell’albero: paragona la pelle alla corteccia, il sangue alla linfa e il suo bisogno di luce, aria e acqua tanto umano quanto animale e vegetale. Durante l’intervista con Ida Granelli , in occasione della Biennale di Venezia del 2007, in cui il padiglione dell’Italia ospitava una sua retrospettiva, Penone, oltre a raccontare quanto ami l’albero in ogni sua forma, allude a quanto egli si comporti in maniera simile all’uomo; in un punto dell’intervista racconta lo studio da lui compiuto su degli alberi di acacia ubicati sotto linee elettriche: queste piante che presentano per loro natura delle spine che, a causa delle frequenti potature che vengono loro apportate per evitare che intralcino il buon funzionamento delle linee, sono più solide e di misura maggiore rispetto a quelle di altri alberi cresciuti in normali condizioni. L’albero, quindi, si difende, esattamente come fa l’uomo, forse in maniera più silenziosa ma, secondo Penone, nulla differenzia il suo ragionamento dal nostro: se ci viene inferta della violenza anche noi rispondiamo con quello che abbiamo. Per Penone la struttura viva del vegetale si compone di molte caratteristiche interessanti per la scultura: la pianta costretta da un ostacolo tenta, inizialmente, di superarlo, ma se non ci riesce lo ingloberà. Inizialmente, quindi, le opere si presentano come azioni e segni fatte sugli alberi: presenze inflitte con chiodi, con impronte di mani che ne costringono la corteccia. La ricerca dell’identità è un altro tema affrontato da Penone. Personalmente egli risponde al proprio quesito attraverso la scultura. Il rapporto con la materia rivela la distanza tra lei e noi. Il nostro gesto inflittole rimane impresso indelebilmente conservando, al suo interno, quello che ci distingue e ci rende unici al mondo. L’impronta formata dalla pelle presenta venature solo nostre, codifica il nostro io attraverso i segni della nascita, le nostre esperienze passate, quello che abbiamo ereditato e che apprendiamo nel corso del tempo. Il corpo umano traduce in pelle quello che nell’albero è corteccia. Dopo aver studiato per anni l’interno dell’albero, il suo cuore, quello che ne era l’essenza, nella seconda parte della sua ricerca Penone sposta il proprio sguardo all’esterno, studiando la superficie, la pelle, quello che sta dentro di noi e che ci presenta al mondo come esseri viventi unici. La superficie può essere quella della nostra pelle, della corteccia dell’albero per quanto riguarda forme vive, ma può anche caratterizzare materiali inorganici: il marmo, ad esempio, in passato si utilizzata per scolpire nobili busti e statue, si caratterizza per il suo candore e per le venature che, a tratti, salgono in superficie come vene e arterie dando al materiale l’idea di un qualcosa di palpitante e vivente; Penone gioca con questo effetto scoprendo ed esaltando questi capillari scultorei, creando una rete che li accomuni, il tutto attraverso un sapiente uso della tecnica scultorea. Attraverso il marmo riaffiorano immagini di elementi interni del corpo umano: nervi, cervello, vasi sanguinei, tendini, muscoli, cartilagini… Spesso resi invisibili stendendoli sul pavimento a discrezione di chi abbia voglia ti “toccarli” attraverso i propri passi. Anche il vetro genera curiosità in Penone, soprattutto per la sua struttura capace di riflettere e far passare la luce. Attraverso il vetro essa scorre come nelle fibre ottiche, a raggi paralleli e per questo viene associata all’albero che ne modella attraverso la propria struttura. Il vetro somiglia molto all’unghia dell’uomo, per questo Penone ne fa una scultura per esaltarne la capacità di saggiare la durezza dei materiali che ci circondano. Anche il bronzo è un materiale molto nobile amato per la sua capacità di lettura nel dettaglio e per la sua colorazione che, con lo scorrere del tempo, si trasforma rivelando una colorazione naturale, calda, amabile. Il bronzo inizia a venir fuso, in antichità, durante la nascita della cultura animista che credeva nella presenza, appunto, di un anima all’interno di ogni oggetto, deve essere colato attraverso piccole canne che diramano il flusso lungo tutta la superficie della scultura, come le arterie che portano il sangue al cuore, inoltre cosa fa nascere un’opera in bronzo, nella sua manifattura, è la forza di gravità mentre l’albero, durante la propria nascita e crescita, fa il movimento opposto. La comprensione che Penone ha del mondo naturale è molto semplice, le sue opere nascono dalla curiosità, dall’osservazione e dall’animo fanciullesco capace di farci sorprendere di fronte a quello che, per gli adulti, è condizione banale. La sapienza dell’uso del materiale e la grande maestria vengono messi a disposizione della natura che, tramite Penone, viene esaltata in ogni sua forma, dandoci l’impressione che egli desideri sparire e divenire lui stesso spettatore di quello che ci circonda. E’ la materia a parlare attraverso le sue mani, diventando protagonista. Personalmente credo che uno dei migliori metodi per esaltare le risorse ambientali sia quello utilizzato da Penone, nessuno può essere aggressivo con qualcosa che ama e che approfondisce, per questo il rapporto con la materia che egli ha è delicato ed elegante, si assapora nelle sue opere un’attenzione meticolosa e la voglia di scoprire lentamente ogni singolo elemento che ne circondi la sua e la nostra esistenza. Credo che in campo sia ecologico che artistico l’arte possa fare molto perché attraverso gli occhi di molti artisti si può riscoprire un mondo ormai perduto, renderci conto di quello che, senza volere, gli stiamo facendo e con il quale si possa instaurare e tentare di rinsaldare un rapporto di “collaborazione” così come lo era all’inizio del mondo. Capitolo 4 METODOLOGIA DELLO SCENOGRAFO – Come utilizzare un ambiente naturale per una rappresentazione teatrale La storia del teatro porta con se numerosi esempi di come la natura può giocare un ruolo fondamentale nelle proprie rappresentazioni. Collocate in un ambiente boschivo molte opere acquistano un fascino ancestrale richiamando le prime rappresentazioni popolari fatte all’aperto. Dall’epoca dei greci che utilizzavano le colline scoscese per la costruzione dei loro teatri alle rappresentazioni nelle strade e nelle piazze la natura si prefissa come scenografia ideale di racconti o storie a tema unico. Basta citare un esempio conosciuto: Marco Paolini, interprete del teatro civile racconta in chiave tragicomica la strage del Vajont nel posto stesso in cui è presente la diga che rimane alle sue spalle. L’immersione nel panorama aiuta sicuramente la narrazione sia da un punto di vista storico che dialettico, infatti può girarsi a mostrare l’intero panorama al pubblico e indicare la presenza dei punti focali del racconto come il monte Salta, il monte Toc, il paese di Erto e di Casso, Longarone subito al di là della diga e così via. Inoltre il racconto ha un sottofondo silenzioso rotto solamente dal gorgoglio dell’acqua che ancora scende verso la valle, a cascata. Spesso i fenomeni naturali non fanno parte solo della scenografia ma diventano protagonisti, attori, compiono azioni colmando di significati l’opera stessa: è il caso del film “The wind” del regista svedese Victor Sjöström (in arte Victor Seastrom) dove, per l’appunto il vento, presente in tutti i 95 minuti del dramma muto in bianco e nero, descrive l’inesorabile destino della protagonista Letty (interpretata da Lilliam Gish) che, ospite di un suo lontano parente di nome Sounrdough è costretta a sposare un uomo che non ama per sfuggire alla brutalità della moglie del proprio consanguineo. Oltre a sentirsi totalmente estranea in questa aspra, ventosa e secca terra dell’ovest la giovane Letty si trova in balia della inciviltà delle persone, vittima di violenza e soprusi. Eppure un risvolto tragico della vicenda (l’omicidio da parte sua di un amico del marito che tenta di violentarla) le fa prendere coraggio e accettare il proprio destino: in tutto il film, infatti, Letty è spaventata dal vento ma, al contempo, ne è attratta. Dopo aver ucciso e seppellito sotto una coltre di sabbia colui che intendeva abusare di lei il marito torna a casa e per la prima volta Letty si accorge di amarlo profondamente. L’amore per il marito e la consapevolezza di essere padrona del proprio destino nonostante le avversità si manifestano attraverso le sue ultime battute:” non ho paura del vento, non ho più paura di nulla, sono tua moglie, lavorerò per te e ti amerò”. Il vento è dapprima una cosa da ignorare, dopodiché inizia ad entrare con sempre maggior preponderanza all’interno della vicenda: scandisce il passare del tempo, caratterizza il luogo e ricopre di sabbia ogni cosa inesorabilmente. Un altro grande regista che osserva la natura in maniera piuttosto analitica è Vittorio de Seta , famoso regista che all’inizio degli anni ’50 produce una serie di documentari sulle dure condizioni di vita del proletariato centro – meridionale. Ne è un esempio “parabola d’oro” girato in Sicilia nel 1955. In soli 11 minuti il documentario racconta la faticosa seppur rituale raccolta del grano durante i mesi estivi, all’epoca ancora fatta totalmente a mano con il solo ausilio dei muli per il trasporto. In questo caso la distinzione tra uomo e natura è pressoché nulla, una straordinaria integrazione dell’uomo nel paesaggio rurale viene descritta tramite le immagini senza alcun commento lasciando che il sonoro dei canti popolari, della paglia raccolta, del grano setacciato e del nitrire dei muli completi l’opera in una natura dura, forte e viva dal quale l’uomo ricava i frutti con un estenuante lavoro. Si comprende osservandoli quanto siamo dipendenti dalla natura e di quanto in realtà ne facciamo parte. Ricollegabile al lavoro della mietitura vi è un’altra “rappresentazione” contadina che si festeggia nella città di Foglianese (Campania) durante la metà del mese di agosto: la festa del grano . Nonostante non si tratti di un’opera cinematografica o teatrale la festa del grano merita di essere citata in quanto rappresentazione rituale di un paese che mantiene nella propria cultura ed identità la memoria di un lavoro duro (la mietitura) e dell’offerta a San Rocco, in segno di ringraziamento, per l’abbondante raccolto del grano che donava vita e prosperità al paese. La rituale costruzione di carri allegorici, statue e oggettistica utilizzando interamente grano e fieno, denota un’abilità artistica degna di essere valorizzata e divulgata. Andando avanti nella storia del cinema molte saranno le produzioni che si baseranno sulla natura, chi descrivendone il lato grande e affascinante chi scoprendone quello più oscuro. E’ il caso di “Pic Nick ad Hanging Rock” , film che ha reso celebre il regista Peter Weir tratto da un romanzo della scrittrice australiana Joan Lindsay. Il film narra la vicenda di un gruppo di ragazze frequentanti il collegio Appleyard a circa 50 km da Melbourne che il 14 febbraio del 1900 decidono di fare una gita verso il complesso roccioso di Hanging Rock. Durante la giornata 4 ragazze, ovvero Miranda, Marion, Irma, Edith si allontanano dal gruppo scomparendo quasi nel nulla. Solo verso il tramonto compare misteriosamente Edith in preda a un forte stato di shock accompagnata da amnesia. Nel frattempo scompare anche Greta McCraw, insegnante di matematica. A questo punto entrano in scena due personaggi: Michael Fitzhubert, gentiluomo in vacanza e Albert il suo domestico. Michael, abbagliato dalla bellezza di Miranda tenta di seguirne le orme sulle montagne ma anch’egli si perde e viene ritrovato in stato confusionale dal domestico insieme ad un’altra ragazza, Irma. La maledizione di Hanging Rock si ripercuote su tutte le persone che entrano in contatto con le 4 ragazze disperse . In questo caso la natura prende le sembianze di in una forza indomabile, presenza oscura e malvagia dal carattere misterioso, che trae in inganno con la propria bellezza coloro che osano contaminarla, come una pianta carnivora che diffonde il proprio profumo per trarre in inganno e catturare le vittime designate. Il regista russo Andrey Zvyagintsev utilizza moltissimo l’elemento naturale acqua nel film “il ritorno” . La vicenda narra la vicenda di due fratelli poco meno che adolescenti (Andrey e Ivan) che, dopo 12 anni, vedono tornare il padre che un tempo li abbandonò. Li attenderà una faticosa gita sopra un’isola contaminata, luogo dove, con la scusa del viaggio, tenteranno di conoscere il padre che considerano ormai un estraneo. Si tratta di una pellicola dura e aspra dove l’acqua, un po’ come il vento del film di Seastrom, si trova un po’ ovunque come segno di mancanza, di malinconia che per quanto tentiamo di evitare si infiltra sempre in un modo o nell’altro all’interno delle nostre vite. Spesso incontrollabile la sua caratteristica dell’essere incomprimibile si rivela in tutta la sua totalità. La mancanza di cura e l’abbandono di un luogo spesso si misurano tramite l’umidità dell’edificio stesso. Nel film l’acqua si sostituisce al vuoto incolmabile, dettato dall’abbandono del padre, presente nei due giovani protagonisti, ricade su di loro sottoforma di piogge torrenziali, si trova nei luoghi in cui loro tentano di trovare un’identità insieme ad altri giovani della stessa età. La natura tempestosa si placa solo alla fine del film mostrando tutta la sua maestosità e lucentezza. Molto diversa è la natura che troviamo in uno dei lungometraggi del regista Terrene Malick “La sottile linea rossa” : la narrazione si incentra sulla pazzia della guerra, sul disequilibrio che crea nelle vite delle persone contrapponendo l’irrazionalità dell’uomo con la razionalità della terra che distribuisce equamente le proprie risorse senza creare conflitto. Tra i vari episodi che compongono il lungometraggio appare significativo per il nostro contesto la storia riguardante il soldato Witt, disertore rifugiatosi presso una colonia di malanesiani dove vive un tempo calmo, meditativo e dove, osservando la natura si interroga sulla guerra e sulla morte che sembrano non circondarlo più fino al suo ritorno nella truppa. Figlio di due biologi e nipote di un archeologo Werner Herzog conosce e comprende a pieno la forza della natura, sua compagna di vita fino all’adolescenza, presente in ogni sua opera come sua peculiarità. Della sua produzione infinitamente vasta ci soffermeremo su 2 importanti film: Fata Morgana e Aguirre, furore di Dio: il primo viene considerato un “documentario surreale” in quanto il protagonista è il deserto del Sahara. Miraggi, visioni, luci ed ombre, suoni e immagini sfuocate si inseguono con un sottofondo narrato in cui si leggono degli estratti dal sacro libro del sedicesimo secolo dei Quiché guatemaltechi, Popol Vuh. Il film si snoda in 3 capitoli: il primo tratta del fallimento del divino e dei resti della civiltà ormai decaduta descrivendola attraverso ampi spazi di natura incontaminata, aree dimesse, oggetti in frantumi e quanto altro. Nel secondo capitolo, chiamato il paradiso, compaiono le prime forme di vita: varani, volpi ed esseri umani popolano la terra senza però che gli uni comprendano gli altri. L’ultima parte mostra l’arrivo dei turisti, il modo in cui l’uomo entra in contatto con la fauna e si impadronisce del territorio sia attraverso immagini di terra che di acqua il tutto accompagnato da una canzone popolare spagnola suonata da un batterista e da una donna al pianoforte. Potremmo paragonare lontanamente questa produzione ai documentari di Vittorio de Seta per l’accurata fotografia e per la resa dell’interprete principale, il mondo naturale che si mostra in tutto il suo splendore nella sua infinita grandezza. Il secondo film di Herzog, Aguirre furore di Dio, si basa sulle memorie di Gaspar De Carvajal e ad una vicenda realmente accaduta nel dicembre 1560: una spedizione di conquistadores, guidati da Gonzalo Pizarro, si apre faticosamente la strada nella foresta amazzonica alla ricerca del mitico Eldorado. Arrivati al 31 dicembre senza più viveri la spedizione si ferma e manda avanti 40 uomini scelti tra i più valorosi per guadare il fiume, trovare dei viveri e trovare la posizione di Eldorado. Tra i 40 uomini spicca la figura di Lope de Aguirre, ambiguo soldato riluttante agli ordini con dentro una fantomatica sete di potere che causerà parecchi colpi di scena all’interno della vicenda. Oltre a lui sono presenti Ursúa, il frate Gaspar de Carvajal che scrive un diario dell'impresa, il nobile Don Fernando de Guzman e due donne: la moglie di Ursúa, Inez, e la figlia di Aguirre, Flores. Dopo aver perso una zattera di uomini il gruppo si accorge di essere circondato dagli Indios e di aver ben poche probabilità di salvezza, Ursúa ipotizza una rimpatriata alla base ma l’entrata in scena di Aguirre, fin ora rimasto sempre piuttosto in ombra, e la sua alleanza con alcuni dei soldati decidono di ammutinarsi e continuare nella ricerca. Fernando de Guzman viene nominato imperatore mentre Aguirre si auto nomina comandante. Il 12 gennaio la spedizione riparte e approda in un villaggio Indio abbandonato, l’abbondanza di cibo attira i soldati finché non si accorgono che il villaggio è probabilmente abitato da un gruppi di cannibali, notizia che desta un notevole timore motivo che porterà la spedizione alla fuga. Gli Indios nel frattempo sembrano mostrare due facce, una violenta (un uomo viene trovato ucciso da una freccia avvelenata) l’altra di curiosità e stupore (alcuni Indios si avvicinano e Gaspar de Cavajil prova a donargli una Bibbia). Sulla zattera l’atmostera inizia a farsi tesa: de Guzman, dapprima piuttosto indifferente alla nomina di imperatore sembra entrato pienamente nel suo ruolo concedendosi banchetti e abbuffate senza considerare i propri “sudditi” che resistono a stento grazie a qualche piccola provvigione e a qualche seme. Improvvisamente de Guzman muore, subentra alla carica Aguirre che ne approfitta per uccidere Ursúa precedentemente risparmiato dall’ormai defunto imperatore. Un soldato tenta di scappare ma viene ucciso da Aguirre che si auto nomina “furore di Dio” in evidente stato di squilibrio mentale. La zattera, senza cibo e con a bordo soltanto più pochi superstiti in preda a febbre ed allucinazioni scompare in lontananza trasportata dal fiume, come una foglia in preda alle correnti, l’unico in piedi con aria fiera ed impettita è Aguirre, vittima come gli altri suoi compagni di un destino ormai scritto. In questo caso la natura rivela semplicemente se stessa, accogliente da un certo punto di vista e insidiosa e pericolosa da altri, è la sua totale indifferenza nei riguardi dell’uomo, la sua non curanza e il suo perfetto equilibrio a rendere la figura di Aguirre e di tutto l’equipaggio, seppur definito formato dagli uomini migliori, come una piccola parte insignificante di un mondo immenso che non si ferma e non muta nonostante venga, secondo gli uomini, conquistato. Capitolo 5 GILLES CLEMENT – La natura ha una sua forma di espressione Molte opere artistiche, teatrali e cinematografiche utilizzano l’elemento naturale come medium. Se si nota l’atteggiamento degli artisti nei riguardi di questo elemento osserveremo che, dopo una certa elaborazione, essi sembrano lasciar spazio, voce ed espressione alla natura. Non a caso ci troviamo di fronte a un essere vivente con delle esigenze, delle caratteristiche proprie che, pur oppresso da un ostacolo (basti pensare alle prime opere di Penone) tende a raggirarlo o ad inglobarlo per poterlo superare. Questo movimento lento e costante ha affascinato negli anni molti artisti, filosofi e studiosi di botanica fino a toccarne i rami della progettazione paesaggistica. Chi si occupa di progettare spazi verdi spesso dimentica quanto le piante possano ribellarsi ad un ordine rigoroso e immutabile presente nelle loro idee progettuali, rivoluzione che spesso viene combattuta a spada tratta secondo i metodi più spietati e costosi. Tutto ciò è imporsi alla natura senza lasciarla libera di esprimersi, l’ennesimo modo sbagliato, per questo occorrerebbe comprendere quanto un appezzamento di terreno, lasciato al proprio destino, non sarà mai sempre uguale ma offrirà ogni anno una panoramica e una struttura diversa. Da alcuni anni l’ingegnere agronomo, botanico, entomologo, scrittore e paesaggista Gilles Clement si occupa di dar voce alla natura comprendendone l’indole e rispettandone le leggi che la governano. Attraverso la pubblicazione del Manifesto del Terzo Paesaggio , propone di dar dignità a quegli angoli definiti degradati (dai paesaggisti), agli spazi interstiziali cittadini, alle zone periferiche e marginali su cui le istituzioni non sanno come intervenire, spesso per mancanza di fondi o per cavilli burocratici. La totale libertà (seppur provvisoria) di questi angoli determina una nascita indiscriminata di specie vegetali che, a rotazione, conquistano il suolo abbandonato rendendolo proprio. Comportamento che si traduce in ricchezza vegetale, che rafforza e sviluppa la biodiversità, elemento importantissimo per la salvaguardia del pianeta, perché si fondato sui principi dell’adattamento ad un paesaggio apparentemente privo di qualsiasi incentivo alla crescita. Nel volume intitolato Il Giardino in Movimento Gilles Clement passa dalla teoria alla pratica: partendo da una manciata di sementi lanciate a caso sul terreno nel mese di settembre il “giardiniere” potrà semplicemente attendere senza far nulla fino alla primavera successiva, nella quale potrà formare delle isole di piante osservando in che modo le sementi hanno composto dei gruppi tra loro. Seguendo questi raggruppamenti sarà possibile potare la parte di terreno che li circonda per creare così dei sentieri. A luglio vi sarà una prima fioritura, a settembre una seconda e, una volta terminata questa, all’avvenuta dispersione dei semi, sarà opportuno eliminare i fiori ormai secchi facendo attenzione alle nuove piantine che saranno utili per disegnare altre isole. Ogni anno, ogni stagione, il giardino cambierà tracciato, i sentieri si evolveranno o spariranno completamente lasciando spazio a nuovi percorsi, nasceranno molte isole, altre si auto elimineranno in un costante e fremente cambiamento… Insomma un vero e proprio Giardino in Movimento . Questo semplice metodo di coltivazione ha aperto la mentalità di molti progettisti che, dopo aver disegnato e programmato centimetro per centimetro lo spazio verde sul quale intervenire, non si erano, prima d’ora, mai posti il problema di “chiedere” alla piante se sarebbero state disposte a condurre una vita sempre nello stesso posto. La natura domina la terra esattamente come domina il cielo: in una folata di vento si possono trovare migliaia di semi i quali, totalmente indifferenti alle leggi della progettazione, si insinuano tra le mattonelle dei sentieri, nelle aiuole più curate, all’interno di spazi concepiti per la sosta o per il gioco. A questo punto normalmente si procede con violenza nei confronti di queste piante pioniere (sui libri di scienze vengono anche nominate “piante matte”) sradicandole, tagliandole o avvelenandole, tutte mansioni che determinano non solo uno spreco di energie ma anche di denaro. In questo senso Gilles Clement, basandosi anche sul concetto che ogni elemento presente in una riserva allo stato brado non saprebbe come sopravvivere, difende le leggi naturali, dando il benvenuto a qualsiasi elemento colonizzante. Questo modo particolare di agire è basato su anni di studi e osservazione non solo delle piante ma anche di tutto quel substrato naturalistico a noi indifferente: insetti, sottobosco, animali, funghi, materie organiche di scarto e così via. La sapiente conoscenza delle semine a rotazione, delle specie che possono comparire durante il primo, il secondo, il terzo (e così via) anno di crescita di un area verde trasformano il giardiniere non più in un artigiano ma in un profondo studioso e conoscitore di ciò che ci circonda mettendoci in una condizione paritaria, di dialogo assoluto, di comprensione e di ascolto. DALLA TEORIA ALLA PRATICA La collaborazione tra Gilles Clement ed esperti architetti – paesaggisti ha dato vita a molti progetti e realizzazioni ognuna delle quali si distingue dal normale panorama architettonico per un’acuta scelta di materiali, organici o inorganici presenti. Per fare in modo che la natura “stia al proprio posto” le architetture si impongono fortemente suddividendo gli spazi in maniera geometrica o, semplicemente, confinando ciò che è biologico in una determinata area di modo che, dentro ad essa, possa esprimersi liberamente mettendo in scena il proprio spettacolo naturale . Ne è un esempio eclatante il progetto per il parco André Citroën a Parigi dove un giardino planetario è stato “collocato” su un altopiano di circa 3500 mq formato dall’accumulo dei detriti provenienti dal cantiere Euraille che, una volta ammucchiati, sono stati rivestiti lateralmente di cemento armato che, opportunamente modellati secondo il profilo dell’isola di Antipodi della Nuova Zelanda (scelta che indica la posizione del parco agli “antipodi” di Ille), crea un altopiano sul quale la vegetazione viene lasciata libera di crescere spontaneamente sotto un’annuale supervisione di un giardiniere prescelto (Eric Lagun, responsabile del parco). La flora presenta una mescolanza di specie europee, asiatiche e americane . Nonostante sia uno dei primi progetti di Clément (1989 – 1992) l’isola sopra la stazione di Euraille è un progetto forte, innovativo e rivoluzionario: per la prima volta l’incolto acquista un valore messo in risalto, sia sulla superficie rialzata che nella parte sottostante dove la scelta del giardiniere mista al volere della natura crea sentieri, passaggi e strade intuibili, piacevoli da percorrere e frequentemente visitate. L’isola confina con un bosco accessibile contenente, a sua volta, quattro radure formatesi spontaneamente nel corso degli anni: la radura di Chablis, formatasi dopo la caduta di alcuni alberi, quella del fuoco, prodotta da un incendio, la Marais contenente acqua, erba e piante acquatiche e infine la radura della Lande, più arida a causa della presenza di rocce . La casa di Gilles Clément (da lui stesso restaurata) dista 500 metri da una valle denominata per l’appunto La Vallée, luogo divenuto, negli anni, un laboratorio sperimentale di coltivazione, osservazione e accoglienza del mondo vegetale in Toto. All’acquisto la Vallée si trovava in stato di abbandono da circa 14 anni, da qui la volontà di Gilles Clément a voler conservare l’equilibro instauratovi si durante gli anni. Il punto di partenza di Clément fu quello di mettere ogni singola specie al livello delle altre senza porsi il problema di giudicare quale tra le erbe fosse la più buona o la più cattiva. Dopo circa 4 anni di sperimentazione sul territorio si sta pian piano creando un equilibrio tra uomo ed ambiente, una risorsa importante sia per la salvaguardia della biodiversità che della vita stessa . Il movimento delle piante, soprattutto le erbacee a ciclo breve viene evidenziata e valorizzata attraverso la “costruzione di isole” che le contengano a pieno. Il grado di popolazione di una zolla piuttosto che un’altra è indice di quanto il ciclo della fertilizzazione terrena sia ciclica e delicata, basterà osservare la comparsa e la sparizione di piante come fiordalisi, papaveri, digelle, digitali, verbasco e resede . A fianco della Vallée è presente una zona denominata Le Champ dove viene attuata una sola falcitura annuale piuttosto tardiva per dare il tempo agli insetti di svilupparsi e rintanarsi prima del passaggio del tosaerba. Sono presenti in quest’area di circa 7000 mq piante perenni come malva e saponaria, numerose bis – annuali e una serie piuttosto irrisoria di pioniere e qualche pianta da seme trasportato dal vento o dagli animali come, ad esempio, il garofano dei certosini . La parte alta di Le Champ ospita una piattaforma in legno di circa 15 mq sulla quale è stato posto un materasso e un parasole mobile, attrezzatura di ricovero dedita all’osservazione di piante e animali della zona. Un ultima parte della Vallée è caratterizzata da uno strato roccioso che è stato liberato da una sottile copertura di terriccio per studiare la crescita spontanea su terreni apparentemente ostili. Uno dei progetti di riqualificazione più interessanti è la riqualificazione della parte sottostante al Grand Arche di Parigi. Collaborando insieme a Paul Chemetov, architetto di fama internazionale progettano uno spazio che ricordi un giardino in stile rinascimentale dove, al posto dei monumenti, siano collocate piante di grandezze e specie variabili osservabili dall’alto di una passerella “molo” collocata ai piedi della Grande Arche e proseguibili ad ovest per circa 600 metri. L’imposizione di una vegetazione forte e piuttosto varia in specie e provenienza, pone i visitatori di fronte alla possibilità di coesistenza tra urbanizzazione e natura. Il progetto presenta infatti piante che, solitamente, non si trovano in città perché dalla crescita incontrollata e troppo grandi come la Gunnera che, sviluppandosi come una palma, produce foglie che possono raggiungere i 2 metri di larghezza in pochi mesi, ergendosi su fusti robusti e pungenti, alti oltre 2.5 metri o come il Salice bianco che può raggiungere un’ altezza di 15 – 20 metri, piantato per dare ombra alle piante che circondano la passerella . La parte nord presenta alberi a fioritura invernali come lo Stachyurus, il nocciolo e il pruno invernale, rarità cittadine mentre a sud si trova il cimitero di Puteaux. L’intera area è attraversata da un bordo di graminacee, glicini e da clematidi poste un po’ più in basso. Il progetto, non ancora completato a occidente, ha con se ancora svariate proposte di coesione tra urbano e naturale come la possibilità di contenere un pascolo o comunque un ambiente fruibile da animali. ALTRI PROGETTI PER NUOVI PAESAGGISTI L’architettura del paesaggio, oltre alle innovazioni portate dalla “poetica” di Clément, comprende molte figure di nuova generazione che utilizzano la natura come medium artistico e architettonico inserendolo nel miglior modo possibile all’interno dei nostri centri urbani. Il gruppo Atelier Le Balto, fondato a Berlino nel 2000 da Laurent Dugua (architetto) e Marc Pouzol (paesaggista) propone una dialettica interessante sul quale vale la pena soffermarsi. Divulgando i loro lavori attraverso la rete definiscono ogni loro intervento come isole emerse, in via di emersione o di immersione. La loro principale peculiarità è una visione provvisoria del giardino e del paesaggio, come se fossero venuti anch’essi a conoscenza del movimento della natura e della sua capacità di evolversi, espandersi e spostarsi delle sementi in base al clima e agli accidenti del terreno. L’utilizzo di passerelle in legno o comunque di passaggi rialzati trasmette un senso di elevazione, che si può provare entrando a contatto con un ambiente naturale, e di rispetto (non calpestare l’erba è un monito che in questo caso può essere rispettato entrando comunque all’interno di un giardino). La vegetazione da inserire all’interno degli spazi verdi è determinata dalla durata del progetto: molti giardini dell’Atelier Le Balto sono costituiti da piante annuali o bis - annuali, rampicanti o addirittura piantagioni da orticoltura come il fagiolo o la zucca. Spesso vengono utilizzate piante comuni considerate infestanti come l’ Ailanto (volgarmente chiamato albero del cielo), un arbusto proveniente dalla Cina che, introdotto in Europa nel '700 come pianta da giardino, è sfuggito un po' ovunque, dall'Inghilterra all'Europa mediterranea, invadendo sia zone rurali che quelle industriali abbandonate o in via di dismissione . A volte invece la scelta viene fatta per sottolineare la bellezza del verde e delle foglie, in questo caso, come descritto precedentemente, la scelta della Gunnera , pianta poco governabile e piuttosto grossa è più che lecita. Troveremo anche alberi di Betulla, Salice , o piante officinali come Verbena e Verga aurea. La scelta di materiali poveri si sposa perfettamente sia con la fattura che con le esigenze delle piante sovra descritte. Atelier le Balto si occupa anche di progetti pubblic art come nel progetto “scenét de jardin – act I” in cui si tenta di riqualificare uno spazio abbandonato prima attraverso una segnalazione, realizzata con uno spettacolo d’ illuminotecnica e con il posizionamento di una passerella in legno dove sia possibile mettere in scena piece teatrali e manifestazioni a carattere culturale . Successivamente si assiste alla realizzazione di un giardino apparentemente spuntato per caso tra le rovine . Anche il Tafel Garden, facente parte del progetto “Woistdergarden” (dov’è il giardino?) propone di dare voce sia allo spazio che a coloro che lo abitano dando la possibilità di dichiarare i propri pensieri attraverso una semplice lavagna, posta ai piedi del giardino, sulla quale si può lasciare il proprio segno. Il movimento, l’attraversamento fisico dello spazio, i percorsi caratterizzano notevoli scelte di Atelier Le Balto: passerelle, passaggi, il completamento delle loro opere si ha nel momento in cui le si vive, le si attraversa. Come i percorsi della vita corrono parallelamente, perpendicolarmente o incidentalmente ad altre così ogni giardino contiene linee che lo attraversano, rette compositive, intrecci che si snodano equilibratamente nello spazio dando importanza ad ogni più piccola particella della composizione. Possiamo ritrovare nel Garden 06 (comprensivo di una “raccolta” di 7 progetti dallo 01 allo 07) un transito non solo fisico ma anche temporale: si tratta dei giardini di fronte alle finestre dell’ Atelier che ogni primavera cambiano e si rimodernano dando al quartiere dove sono inserite un volto sempre nuovo da scoprire . Ad Alberstroff in Francia la passerella del “Jardin passerelles” ha lo scopo di guidare il visitatore attraverso una raccolta di piante erbacee selvatiche locali. Anche il “jardin des Coutures”, nato secondo la leggenda dalla coppia Mondieur Charles Couture (giardiniere) e Madame Li (sarta) è un connubio di strade, passaggi e linee che si compenetrano su un piano neutrale in questo caso dato da un fondo di plastica nero. Il volume redatto dal gruppo Atelier Le Balto conclude citando il coreografo Merce Cunnigham: il mio lavoro è sempre stato in divenire; Portare a termine una coreografia mi ha sempre lasciato uno spunto, all’inizio in genere solo abbozzato, per quella successiva. Non penso dunque a una coreografia come a un obiettivo, quanto piuttosto come a una breve sosta durante il cammino. Così Atelier Le Balto si definisce un gruppo di ricerca in cammino verso la propria ideologia felice di affrontare ogni giorno una nuova sfida architettonica, urbanistica e artistica. Credo che sia lecito concludere il capitolo con questa affermazione che determina la profonda capacità di operare in campo artistico anche attraverso il giardinaggio. Ogni opera si riconosce in coloro che l’hanno studiata e che le hanno dato vita. Essa è godibile in ogni sua forma sia essa fatta con materiali nobili che attraverso l’ausilio di ciò che ci circonda: aria, acqua e terra. Capitolo 6 PROGETTO - RIQUALIFICAZIONE DEI GIARDINI BALTIMORA 1. LA SCOPERTA Ricordo ancora la prima volta che sono capitata nei giardini Baltimora: era l’inizio di marzo e stavo facendo jogging per le vie di Genova. Ero abituata a correre nella mia città, seguendo un percorso ad anello, e quella mattina stavo cercando un percorso da seguire abitualmente a Genova durante la settimana. Premetto che abitavo a Genova solo da novembre e che non conoscevo ancora bene la zona vicina a dove alloggiavo. Durante la corsa lo spazio appare in movimento più di quanto non lo sia, la sequenza dei luoghi si ripete in fasi progressive avvicinando zone che normalmente sono più distanti l’una dall’altra; inoltre il contatto tra corpo e mente è molto più ravvicinato: un corpo sotto sforzo, per quanto allenato, chiede sempre un forte monitoraggio da parte del cervello, per questo si avvertono sensazioni molto particolari e spesso sembra che gli altri non esistano più, ci siamo solo noi e il nostro percorso. Ultima considerazione: durante la corsa indosso cuffiette e ascolto musica d’ogni genere, che aiuta ad isolarsi maggiormente dandomi la sensazione di trovarmi in un mondo parallelo, una specie di sogno. Dopo aver girato per il Porto Antico, per San Lorenzo, Piazza De Ferrari e tutta la zona pedonale del centro stavo provando a correre sotto i portici, pensando all’eventualità di potermi allenare anche col maltempo; arrivata in piazza Dante ho continuato a correre al coperto senza chiedermi se ci fossero state entrate, uscite o zone in cui era vietato andare: correre ha anche questo di bello, non si sta molto a pensare a dove si va, si va e basta, al massimo si torna indietro. Così, senza prefissarmi una meta o preoccuparmi di eventuali zone residenziali e divieti di proprietà privata mi sono trovata, in un secondo, in un’ area verde. Ricordo ancora una forte sensazione di stupore e meraviglia, amplificata dal contatto fisico - mentale. Nonostante fossero piuttosto degradati mi faceva piacere essere in un posto con un po’ di natura e che fosse sensibilmente diverso dalle vie cittadine piccole, grigie e contorte: probabilmente, essendo vissuta in un quartiere periferico circondato comunque da ampie zone verdeggianti, quel luogo mi dava quasi la sensazione di essere familiare. Nonostante ciò stavo correndo e non volevo fermarmi quindi ricordo semplicemente d’aver rallentato attraversando il camminamento che portava verso Piazza Campo Pisano. Non avevo sentito il bisogno di sostare in quel luogo, era per me perfettamente di passaggio, sorpresa tra le sorprese. Successivamente, grazie al corso di Scenotecnica del prof. Davide Zanoletti sono tornata in questi giardini per una più approfondita analisi e perché recuperare quest’area quello che il corso richiedeva. 2. ANALISI Passare dalla scoperta ad un’analisi approfondita ha messo in luce molti lati negativi della zona, per quanto in me, fosse rimasta la sensazione positiva della scoperta. Innanzitutto l’intera area è composta da più zone le cui principali sono 3: 1. Piazza Faralli 2. Parte scoscesa alla destra dell’osservatore 3. Parte sinistra, piuttosto scavata nel terreno, con i palazzi a lato Le entrate e/o uscite sono: 1. Piazza Dante 2. Via Madre di Dio 3. Via del Colle 4. Piazza Campo Pisano 5. Collegamenti tra i palazzi - uffici Direzione e percorsi: apparentemente si potrebbe ipotizzare che i giardini fossero stati progettati per avere una direzione da Piazza Dante a Piazza Campo Pisano, nonostante questo il percorso dentro ai giardini appare poco definito e sensato: lo spazio viene diviso in 2 percorsi, quello di destra dovrebbe essere quello del visitatore, che desidera un momento di relax, mentre quello di sinistra dovrebbe essere funzionale all’ accedere negli uffici. In realtà il secondo percorso porta il visitatore all’interno del giardino in maniera piuttosto criticabile, in quanto la pavimentazione del sentiero è praticamente inesistente, diradata e degradata. Specularmente il sentiero a destra si presenta dritto, serrato e nettamente diviso dall’area verde, concepito come un’autentica strada che a tutto fa pensare tranne che all’idea di poterci sostare. all’interno di un giardino i percorsi dovrebbero servire per entrare in contatto con la natura, avere un attimo di pace lontani dal traffico cittadino. Il disordine e la discordanza tra il primo e il secondo percorso è motivo di forte disagio, misto a una sensazione di freddezza e durezza comunicata dai materiali costruttivi utilizzati che non dialogano minimamente con il verde adiacente. Piazza Faralli: Ipotizziamo di svolgere l’analisi dei Giardini Baltimora partendo dall’entrata di Piazza Dante, questo sarà il primo luogo che incontreremo. Nonostante la denominazione di piazza non possiede nulla per cui la si possa considerare tale: manca un centro, manca una zona per sostare, manca un reale rapporto tra lei e gli spazi circostanti. Si tratta, più che altro, di una zona di raccordo tra le scale relative a palazzi e uffici, oltre a offrire la possibilità di accedere ai giardini. L’esistenza di un centro nevralgico dello spazio ci sarebbe, ma la presenza dei motorini parcheggiati sulla sinistra e delle scale lo rende impercettibile, effetto piuttosto maggiorato dalla non presente segnalazione di un centro, cosa invece segnalata in quasi ogni piazza di notevoli dimensioni dove sia possibile soffermarsi e allacciare rapporti sociali.
Le immagini sovraesposte ne sono la conferma, nonostante non siano tutte così. Piazza Faralli, invece, viene forzatamente attraversata al suo interno in quanto lo spazio dei motorini obbliga a passare circoscrivendone l’area mentre molti preferirebbero tagliarla in diagonale.
Un altro problema riguarda la forma stessa della piazza: osservando gli spostamenti effettuati dai passanti e delineandone i percorsi, ci accorgiamo subito che alcuni angoli non vengono assolutamente toccati: Proviamo ora ad avvicinarci e ad osservare la piazza nella sua fattura: la costruzione, risalente all’epoca fascista, è in prevalenza di cemento armato, mista a piccoli mattoni di cotto rossi che danno tal colorazione all’intero complesso. Per quanto il mattone in cotto sia un materiale piuttosto naturale la sua predisposizione all’interno della piazza è talmente schematica che ne nasconde le possibili virtù: la loro collocazione ad andamento verticale fa perdere completamente l’idea della circolarità della piazza creando un ulteriore effetto di disagio. Può sembrare un particolare irrilevante ma la pavimentazione nelle costruzioni è molto importante, spesso siamo molto più attenti a guardar dove mettiamo i piedi piuttosto che a dove ci troviamo.
Pavimentazione in cotto in senso prettamente verticale, mancanza di circolarità I muretti che circondano la zona non ne aiutano, altresì, la vivibilità. Si innalzano nelle zone più impensate un po’ per delimitare l’area e un po’ per circondare le bocche di areazione che fanno comunicare la piazza con la sottostante, trafficata via Madre di Dio. L’altezza delle pareti che circondano la piazza nella parte anteriore (circa 1.20 metri) supera di gran lunga la media consentita per osservare completamente l’area verde mentre i muri dei fori d’areazione sbucano improvvisamente dal terreno ostacolando una normale fruizione del luogo. C’è da dire che, se nel progetto è presente un vuoto di areazione, obbligatorio per legge in diverse strutture, non possiamo pretendere che sia perfettamente invisibile, ma, in questo caso, la sua presenza è del tutto dichiarata in maniera tutt’altro che “gentile” o nascosta.
Porticati per gli uffici: salendo le scale che portano all’interno degli uffici della regione ci troveremo in un area di disimpegno costituita da portici che si ripete per quattro piani. Soffermandoci in questo spazio di passaggio si osserva che il materiale con cui sono stati rivestiti è piuttosto inusuale essendo spesso utilizzato per rivestire degli spazzi interni piuttosto che semi esterni e che in più si rivela impersonale e spesso riconoscibile in luoghi come stazioni ed aeroporti. Inoltre la scarsa illuminazione crea possibili zone nascoste e riparate dove tossicodipendenti e senzatetto possono trovare riparo da occhi indiscreti durante le ore notturne. Ingresso all’interno dei giardini: oltrepassare la piazza per giungere nei giardini è difficoltoso per i disabili: nel camminamento posto a sinistra la mancanza di una rampa abbastanza dolce, correlata a una pavimentazione adeguata ne esclude, quasi completamente, la fruizione da parte di questi visitatori. Il camminamento di destra, invece, si presenta con una serie di scalini che, nonostante limitino la pendenza, non costituiscono una rampa a norma per i diversamente abili. Scesi dal complesso di piazza Faralli sembra quasi di trovarsi in un fosso, la distanza tra la piazza e il prato sottostante è abbastanza rilevante. I muri che delimitano la piazza, costruiti in cemento armato, materiale che poco si sposa con l’ambiente circostante, visti dal livello del giardino fanno sembrar la piazza e i palazzi una grossa diga. Si ha una maggiore difficoltà a vedere il cielo. L’area vicino alla piazza è caratterizzata a destra dal camminamento a marciapiede del giardino, a sinistra da un’area giochi per bambini, con relativo tappeto anti infortunistico, da uno sfiato per l’aerazione della galleria sottostante i giardini e dal sentiero a grosse pietre che porta agli uffici e all’interno dell’area verde. L’idea di porre un’area per il gioco dei bambini non è sbagliata, quasi tutti i giardini pubblici ne possiedono una, eppure anche qui riscontriamo delle problematiche: la vicinanza con l’ambiente naturale è piuttosto apparente e quasi neutralizzata, i giochi sono posizionati tra ai muretti in cemento armato della piazza, quelli dello sfiato d’aerazione stradale e parecchio vicini agli uffici che sovrastano l’area con il loro grigiore. Il confinamento tra “pareti” dei giochi potrebbe trovare una spiegazione se si osservano le altre aree divertimenti: tutte presentano dei limiti chiari per fare in modo che le madri non perdano i loro figli. E’ probabile che i progettisti abbiano cercato un compromesso tra sicurezza e contatto con la natura ma la scelta appare piuttosto poco ponderata e mal eseguita; penso che sarebbe stato più utile posizionare l’area divertimenti in un luogo differente dove natura e confini “comunichino” tra loro o, piuttosto, non comunichino affatto, se non nel momento in cui si decide di passare dall’area giochi all’area verde. Sentiero a sinistra per accedere agli uffici e al prato: la prima cosa che si nota osservandolo sono gli innumerevoli “cambi di rotta”, se lo si osserva dall’alto il percorso è costituito da una serie di curve che, partendo dalle scale per gli uffici, portano l’utente per un breve tragitto all’interno del giardino per poi collegarsi ad altre curve dello stesso calibro e con lo stesso percorso. A vedersi appare un sistema piuttosto bizzarro e con poca progettazione dietro, inoltre la fattura del sentiero (lastre di granito infilate nel terreno a distanza variabile dai 10 ai 20 cm l’una dall’altra) lo rende piuttosto impraticabile, senza contare che la parte del terreno sul quale poggia è caratterizzata da un inabissamento del terreno che, durante le piogge, si riempie d’acqua diventando piuttosto fangosa.
Il degrado e la continua negligenza, da parte delle istituzioni vigenti, ha fatto si che alcune componenti del sentiero siano state estratte dal terreno piuttosto che infossate nel fango o ricoperte da muschi scivolosi (quindi pericolosi). Tutto questo non aiuta, quindi, ne la fruizione del giardino interno, ne la comunicazione da un ufficio all’altro. Il camminamento, l’abbiamo detto precedentemente, è affiancato a sinistra dagli uffici: si tratta di edifici di grande altezza costruiti in cemento armato lasciato di colore grigio, intervallato da finestre a specchio piuttosto grandi. L’idea del riflettere il paesaggio per nascondere la “bruttura” del grigio può essere buona ma occorre una particolare collaborazione da parte delle istituzioni che si devono incaricare di pulire le aree specchianti con una frequenza piuttosto ravvicinata. Ovviamente questo non accade e l’effetto specchio rischia di deturpare la, ormai compromessa, visuale complessiva del luogo. Per quanto possa sembrare un’impresa disperata sarebbe forse meglio nascondere il grigio e modificarlo di modo che possa, in qualche modo, comunicare con l’ambiente circostante tentando di sopraffarlo il meno possibile. Le scale che sono posizionate nella parte finale dei giardini, proseguendo in direzione di via Madre di Dio, sono inutilizzate e chiuse al pubblico. Questa zona appartata è diventata perfetta per tossicodipendenti e spacciatori: oltre ad essere al riparo e al buio il percorso col quale bisognerebbe arrivarci è poco accogliente in una giornata di sole alle due del pomeriggio, figuriamoci la sera.
Percorso a destra dell’area verde (vico Pomogranato): Passiamo ora all’analisi del camminamento posto a destra che da Piazza Faralli attraversa i Giardini Baltimora: percorrendo il marciapiede si ha una panoramica di tutto il luogo per poi giungere a due ipotetiche uscite (ipotetiche se si guarda piazza Faralli come luogo di entrata, nessuno ci vieta di percorrere la strada in senso opposto): la prima porta alla Scalinata Santa dove si accede a Via Madre di Dio mentre la seconda sbuca in Piazza Campo Pisano. In realtà, arrivati nella zona precedente a Piazza Campo Pisano è la possibile prendere Via del Colle, una pseudo uscita che circoscrive la zona superiore dei giardini e dalla quale, secondo un progetto di recupero architettonico in atto, vi si potrebbe nuovamente accedere. La problematica maggiormente riscontrata riguarda la funzione di questo percorso e la dialettica con il quale è stato tradotto: il suo reale compito sarebbe quello di attraversare l’ area verde e quindi di essere un luogo di passaggio, di comunicazione con la natura, di sosta e relax. La traduzione di questa funzione in termini di materiale è completamente errata: le mattonelle in cotto presenti in Piazza Faralli proseguono in sezione orizzontale per tutto il percorso, bordate da uno scalino in cemento armato, spesso una quindicina di centimetri, che chiude completamente i confini di comunicazione tra prato e sentiero. All’inizio, a metà e verso la fine del percorso sono presenti delle “aree di ristoro” in cui si da l’occasione al visitatore di sostare ma queste zone sono utilizzate raramente e la motivazione è abbastanza ovvia: anche qui ci troviamo di fronte ad un atto di violenza, non si può pretendere che un camminamento spigoloso e freddo nei riguardi del territorio circostante faccia venir voglia di sostarvi, una strada concepita con questi materiali ha come unico pregio il fatto di rimaner pulita di rendere attraversabile il luogo anche in condizioni avverse ma vi sono centinaia di materiali migliori (e probabilmente anche di prezzo inferiore) che si possono utilizzare a tale scopo e che riescano, inoltre, a dialogare maggiormente con l’ambiente circostante.
La chiusura del percorso si riscontra non solo nei materiali con cui è fatto il sentiero ma anche dal fatto che sia bordato a destra da una serie di muri di contenimento di varie altezze che chiudono la fruizione dell’ambiente circostante sia dal punto di vista fisico che visivo; anche qui ritroviamo la stessa problematica dell’errato uso dei materiali, i muretti, infatti, sono costruiti in cemento armato a vista. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un altro problema percettivo: l’intera area viene troncata dal sentiero centrale come se si trattasse di una linea di confine dando al fruitore un idea di un area disordinata, confinata e piuttosto ambigua.
A circa un centinaio di metri dall’imboccatura del sentiero ci si imbatte in uno slargo a sezione quadrangolare come se si trattasse di una piccola piazzetta. La zona è stata completamente degradata dall’intervento di “writer” piuttosto inesperti. Apparentemente la struttura non ha alcun senso di esistere, non è una zona di sosta, infatti non possiede panchine, fontane o quant’altro la possa decodificare come tale, non ha una forma accogliente e, anzi, è piuttosto infossato oltre che ad essere circoscritto in maniera spigolosa dai muretti. Se ci si avvicina però ci si renderà conto del motivo per cui è costruita in questo modo: al centro del muro di fondo in alto è posta una lapide su cui sono incise queste parole: ALTA VENTURA SORTITA DA UMILE LUOGO IN QUESTA CASA IL GIORNO XXVII DI OTTOBRE DELL'ANNO MDCCLXXXII NACQUE A DECORO DI GENOVA E DELIZIA DEL MONDO NICOLO' PAGANINI NELLA DIVINA ARTE DEI SUONI INSUPERATO MAESTRO NEL RICORDO DELLA DEMOLIZIONE DELL'ANTICO QUARTIERE DI VIA MADRE DI DIO E DINTORNI IN CUI NACQUE NICOLO' PAGANINI LA CITTADINANZA QUI RICOLLOCA LA LAPIDE RECUPERATA DELLA DEMOLIZIONE DELLA CASA DEL CELEBRE MUSICISTA 25 OTTOBRE 1992
La scoperta di questa testimonianza storica ci riporta al passato dei giardini, che un tempo non esistevano, e che sono il frutto della demolizione dell’antica via Madre di Dio, avvenuta nel 1969, per lasciare spazio alla costruzione della sopraelevata e degli attuali palazzi della regione. Basta fare un minimo di ricerca storica per scoprire l’ennesimo atto di aggressività nei confronti dell’area cittadina: non solo i giardini sorgono sopra un antico sedimento, che ha portato dispiaceri durante la sua eliminazione, ma ha anche cancellato dalla memoria collettiva la casa natale di Nicolò Paganini, figura importantissima del territorio che testimonia ancora oggi, tramite le sue opere e il celebre concorso internazionale di Violino, la cultura genovese in tutto il mondo. L’antica via Madre di Dio infatti conteneva al suo interno una serie di vicoli, all’ingresso della cosiddetta scalinata Santa davanti a via del Colle si giungeva in vico Pomogranato, Fosse del Colle e il celebre vico Gattamora locazione della casa natale del celebre violinista. Antistante si trovava una grossa palazzina che delineava il quartiere di via Servi confinante con piazza dei Librai in alto e con il varco di vico Carmadino giunti in fondo, insomma, un intero rilevante quartiere cittadino raso al suolo dall’infervorante bisogno di modernità tipico dell’epoca di rinnovamento e di conflitto degli anni 70. Nei capitoli precedenti si è spesso accennato alla pericolosità del vuoto, del non luogo, dovuto alla mancanza di identificarci in esso e alla pessimo gusto corrente del voler trasformare i monumenti in vetrine commerciali. In questo caso possiamo constatarne gli effetti devastanti: la distruzione del quartiere tra via del colle ha lasciato non solo un vuoto urbanistico ma anche in senso psicologico; inoltre all’interno dell’area sono stati ricollocate, come pietre tombali, antiche testimonianze del luogo come i lavatoi (spostati dalla fine di via Servi) del noto architetto - urbanista genovese del XIX secolo Carlo Barabino e la sovra citata lapide - iscrizione. In questo caso un errore compenetra l’altro in quanto il posizionamento di oggetti nella memoria, ricchi di substrato culturale, all’interno di un’area “in tensione” (così definita perché in attesa di affermarsi come luogo definito e di costruire una propria storia e una dialettica che la leghi alla città) hanno portato alla perdita della valenza degli stessi, cosa ben visibile se si osserva il loro alto grado di degrado. Una testimonianza storica (monumento, lapide, statua, quadro…) sradicata dal proprio contesto storico e inserita all’interno di un grande spazio vuoto perderà tutta la sua forza comunicatrice. Trovandosi in un ambiente in cui alle strutture viene riservato n trattamento poco dignitoso le sarà offerto niente di più che il medesimo trattamento. Vi sono molti monumenti decontestualizzati dal loro ambiente naturale (basta pensare agli obelischi posti in mezzo a numerose piazze italiane) eppure la loro valenza rimane intatta se esse vengono collegate in zone di riguardo, centrali e ben visibili. Qui invece sia i lavatoi che la lapide del Paganini si trovano in posizioni marginali costrette a fronteggiare con l’incuria circostante. Inoltre non si può pensare di far rivivere un quartiere completamente annientato con due piccoli pezzi appartenenti al suo passato. A testimonianza del vissuto cittadino e dell’antico insediamento riporto qui una poesia di Sergio Marini dedicata alla demolizione di via Madre di Dio e di un episodio svoltosi durante lo sfratto degli abitanti del quartiere: VIA MADRE DI DIO Pe puei intrâ han dovûo desfondâ: 'na spallonâ con l'asbrïo lì in to scûo do ballòu e in tanti tocchi o l'è finïo o vegio portego strosciòu. L'unica che zà a cianzeiva perchè a l'aiva accapïo, ( che de tutti a saveiva lì in Via Madre di Dio), l'ea 'na vegia vexinn-a e intanto che ûn o corriva a særâ o gazzo in coxinn-a che ancon o sciortiva , ätri, doppo aveite cercou un pò in gïo desteiso t'han attrovou in to letto a due ciasse e paiva che ti te fuisci appenn-a addormïo e pöco intranti de ûn che o s'ammasse finn-a i gianchi cavelli lisci t'han in ta despiazion tiou. Ma poi, insemme a poliçia e l'ambulansa, ûn mëgo zoëno o l'è arrivou a dî, sensa ormai speansa che t'ei ormai ssciattou. E un teron, capitanio de poliçia, o l'ha descoverto o tò biggetto, intanto che te stavan portando via, finïo chissà comme ai pê do letto : " Da questa casa che ha visto nascere e morire tutta la mia famiglia, e ora che non viene più a trovarmi l'unica mia figlia, ora che lo sfratto mi avete dato, non me ne voglio andare. Preferisco lasciarmi morire asfissiato. E se proprio volete far morire Via Madre di Dio allora voglio morire prima io ! " T'han portou via comme 'n sacco de patatte barlocciou in te 'na cascia de legno Chissà òua e risate matte de chi ormai o g'ha via libera a.o disegno e o tegne pronta 'na ruspa giana derrê a-o caroggio e o sà che fîto se ascordian questa istoïa strana e i vegi canti de Zena saiân de zetto un gran muggio. - Sergio Marini - Traduzione: VIA MADRE DI DIO Per poter entrare han dovuto sfondare Una spallata con rincorsa lì nel buio del ballatoio e in tanti pezzi è finito il vecchio portone rotto L'unica che già piangeva perché aveva capito che di tutti sapeva lì in Via Madre di Dio era una vecchia vicina e mentre uno correva a chiudere il gas in cucina che ancora usciva altri,dopo averti cercato un po’ in giro disteso t'han trovato nel letto a due piazze e sembrava che ti fossi appena addormentato e poco pratici di uno che si ammazza perfino i bianchi capelli lisci t'hanno con disperazione tirato Ma poi, insieme alla polizia e all'ambulanza/un dottore giovane è arrivato a dire, senza ormai speranza che eri ormai morto E un terrone,capitano di polizia ha scoperto il tuo biglietto intanto che ti stavano portando via finito chissà come ai piedi del letto "Da questa casa che ha visto nascere e morire tutta la mia famiglia,e ora che non viene più a trovarmi l'unica mia figlia,ora che lo sfratto mi avete dato, non me ne voglio andare/preferisco lasciarmi morire asfissiato. E se proprio volete far morire Via Madre di Dio, allora voglio morire prima io." T'hanno portato via come un sacco di patate sballottato in una cassa di legno Chissà ora le risate matte di chi ormai ha via libera al disegno e tiene pronta una ruspa gialla dietro al vicolo e sa che presto si dimenticheranno questa storia strana e i vecchi angoli di Genova saranno di macerie un gran mucchio. - Sergio Marini - Proseguendo il cammino lungo il sentiero adiacente ai giardini (che ora sappiamo si trova all’altezza di vico Pomogranato) ci imbattiamo in un ulteriore slargo più piccolo che contiene al suo interno una fontana (o quel che ne resta) e, di fronte due panchine poste l’una accanto all’altra; anche questo, seppur piccolo è un errore: se desiderate avere una comunicazione con qualcuno vi porrete alla sua sinistra, alla sua destra o di fronte a lui? Questo dipende dal grado di confidenza ma se si tratta di una conversazione tra persone che si conoscono essa si svolge ponendosi di fronte al nostro interlocutore. Di norma uno schieramento a file lo si trova in luoghi di servizio (uffici, poste, ambulatori, stazioni) o in cui la fila è posta di fronte a un luogo dove avverrà una comunicazione (scuole, cinema, teatri): lo schieramento a file fa si che, nonostante la vicinanza, sia possibile mantenere un certo “anonimato”, se desidero non avere una comunicazione con il mio vicino basta semplicemente che non ne incroci lo sguardo o non mi giri dal suo lato, inoltre,se le sedute sono poste di fronte ad un unico punto centrale tale schieramento può focalizzare l’attenzione verso di esso facendo quasi scomparire la persona a noi accanto. Questo tipo di promiscuità va bene all’interno di una delle due tipologie di luogo sovra descritte ma in un giardino normalmente ci si va per passare delle ore liete, magari in compagnia di persone che conosciamo, si tratta comunque di un altro tipo di spazio con dei connotati molto meno rigidi rispetto agli altri. Basterebbe creare una sorta di semicerchio per sentire già inferiore la “durezza” di questo allineamento. Giunti al termine di vico Pomogranato, come dicevamo precedentemente si possono prendere tre diverse direzioni: si può scendere in via Madre di Dio (attualmente trafficata) tramite la scalinata Santa, si può girare a destra per salire su via del colle o proseguire sotto il ponte di Carignano per giungere in piazza Campo Pisano. Partiamo dalla scalinata Santa: si presenta con una pendenza piuttosto dolce e serve a collegare i giardini con la sottostante trafficata via Madre di Dio. Pur non essendo molto visibile accedervi è molto semplice, cosa che può essere un vantaggio per chi deve attraversare la città ma uno svantaggio se si pensa che, normalmente, un giardino viene fruito da famiglie con bambini e che possono, facilmente correre in strada. Un giardino pubblico dovrebbe essere un luogo piuttosto chiuso e sicuro in questo senso, negare a un bambino la libertà di correre liberamente in uno spazio aperto è una brutalità, uno spazio verde cittadino dovrebbe dare questa libertà ai piccoli e garantire un certo grado di sicurezza alle famiglie. Inutile ribadire la degradazione che si trova uniformemente tanto sull’intera area quanto sulla scalinata stessa. Nel periodo estivo la degradazione e la durezza del cemento armato vengono attutiti dalla crescita della vite canadese. Percorsi per i diversamente abili: la progettazione dei giardini Baltimora non prevede la circolazione dei diversamente abili lungo tutta l’area verde. Parlando in termini progettuali non è semplice rendere un giardino fruibile per chi è costretto su una carrozzella ma un area che, oltre a contenere un giardino, collega una serie di edifici pubblici dovrebbe assolutamente essere costruita per permettere che chiunque possa accedere liberamente agli sportelli. Invece, se si osserva semplicemente piazza Faralli, salteranno subito all’occhio svariate barriere architettoniche: come abbiamo già scritto, la passerella che porta dalla piazza a vico Pomogranato comprende un accenno di pendenza ma anche una serie di gradini che rendono pericolosa la discesa da parte di una carrozzina, le scalette che collegano l’area agli uffici non permetterebbero nemmeno questo accesso il che rende i giardini impenetrabili, cosa che può semplicemente dare fastidio o, peggio, essere un impedimento per lo sgombero dei locali qualora vi fosse un’emergenza. Inoltre anche le uscite sono obbligate in quanto è impensabile proporre a un diversamente abile di percorrere la scalinata Santa Area collinare: guardando il giardino lasciandoci alle spalle Piazza Faralli, proseguendo lungo il sentiero di Vico Pomogranato avremo, alla nostra destra, una sorta di zona collinare probabilmente dovuta all’eccesso di detriti formatosi nell’abbattimento di via Madre di Dio e zone limitrofe. Il collegamento che, un tempo, era presente tra una parte e l’altra della città ha lasciato spazio a quest’area di non ben definita funzione sul quale sono stati piantati diversi alberi di cui alcuni della macchia mediterranea. Si tratta di una sorta di bosco cittadino che, lasciato a se stesso, cresce rigoglioso e ricco di vegetazione. La crescita delle piante è sicuramente un fattore positivo (anche perché la mancanza di un elemento che tenga il terreno sottostante ancorato, aiutandone il fluire delle acque durante le piogge, provocherebbe la continua discesa di detriti, sabbia e fango che invaderebbero sicuramente la zona del cammino sottostante) il problema però è il fatto che non esista un percorso che possa rendere accessibile questa zona, fattore che ne determina l’ingresso e l’utilizzo da parte di tossicodipendenti e senza tetto; una zona comprensiva di arbusti tipici della macchia mediterranea come il corbezzolo,l’alloro o l’olivo potrebbe essere una risorsa incredibile per l’insegnamento delle scienze nelle scuole dei quartieri genovesi inseriti in un ambiente urbano. Inoltre si possono trovare alberi da frutto, come un piccolo pruno, alberi sempreverdi e alberi caducifoglie: si ha alla mano un piccolo erbario con il quale poter imparare molte regole del mondo naturale. Tale spazio richiederebbe una bonifica da parte degli enti pubblici addetti alla pulizia, facendo pochi passi al di sopra dei muretti di contenimento ci si imbatte in quantità gigantesche di spazzatura, fazzoletti, bottiglie, siringhe nuove e usate, lacci emostatici, confezioni di medicinali, imballaggi, lattine, vetri, sacchetti e così via. Oltre alla pulizia occorrerebbe creare dei sentieri che seguano una pendenza tale da renderne possibile il passaggio attraverso. Segnalazioni: se torniamo indietro verso piazza Faralli e usciamo dai giardini ci accorgiamo che non esiste un cartello che avvisi della presenza di quest’ultimo all’interno delle palazzine in stile fascista di piazza Dante. La cosa si ripete all’interno dove nemmeno nelle piantine, che indicano dove si trovano i vari uffici, danno una denominazione e dei confini al territorio naturalistico.
Un giardino è una grande risorsa, soprattutto se si trova in un affollato centro cittadino: nasconderlo alla popolazione potrebbe, da una parte, preservarlo ma, dall’altra, farlo diventare un posto di ritrovo per soggetti considerati “border line”: inaspettato, segreto, poco illuminato e non segnalato, è l’ideale per spacciatori o per tossicodipendenti. Di norma i giardini pubblici, soprattutto se frequentati da famiglie con bambini, sono custoditi, curati e monitorati; spesso sono anche circondati da cancelli che la sera vengono chiusi per preservarli. I Giardini Baltimora non hanno una chiusura, non hanno orari di apertura, sono aperti a tutti in ogni momento e ognuno è libero di fruirne quando e quanto meglio crede; un’ideologia piuttosto poetica e comunitaria ma spesso poco efficace: c’è sempre chi si approfitta delle troppe possibilità date. Anche l’illuminazione è una questione delicata. In questo le istituzioni hanno tentato di risolvere la problematica con l’unico metodo a loro disposizione: la violenza. In questo caso una violenza più visiva che fisica (per fortuna): la sera i giardini che un tempo non erano illuminati, sono stati correlati di faretti probabilmente a scarica a ioduri metallici, una tipologia di lampada utilizzata negli stadi, eccessiva e dal consumo piuttosto elevato, mentre la piazza presenta, qui e là, qualche faro simile a quelli che si usano per illuminare le passeggiate. Manca un’omogeneità nella distribuzione della luce e molti angoli sono comunque così nascosti che anche il miglior faro, se non posizionato proprio in quella zona, lo lascia perfettamente al buio. UN RECUPERO POSSIBILE? AMMINISTRAZIONE, FONDI E PROGETTI PER IL RECUPERO REALE DEI “GIARDINI DI PLASTICA” Collegandosi al sito internet del quartiere di Sarzano - Sant’Agostino e cercando la voce “giardini di plastica” si aprirà una raccolta di articoli riguardanti i suoi progetti di riqualificazione alcuni dei quali attualmente in corso. La loro storia è una spina nel fianco del centro storico. Dopo i gravi errori commessi dopo l’abbattimento del quartiere preesistente e la costruzione degli attuali palazzi della regione, l’amministrazione comunale ha iniziato a porsi il problema di risanare una zona così tremendamente violentata, spinto anche dalle interminabili lamentele della cittadinanza. Nel 2003 il quartiere di Sarzano, stufo di dover ospitare scene di degrado a un passo da casa, espone all’amministrazione cittadina, un progetto di riqualificazione dell’intera area facendo capo alla firma degli architetti Susanna Bordoni, Michele Pisano e col supporto della facoltà di architettura – sezione architettura del paesaggio . Il progetto presentava la messa in sicurezza dell’intera area, una bonifica per eliminare il degrado e la sporcizia, l’illuminazione dell’area e la costruzione di infrastrutture per lo sport, gli spettacoli e il tempo libero. Per realizzare tutto ciò furono stanziati circa 100.000 € di finanziamento Regionale, 50.000 € da parte dell’ Aster e 50.000 € dalla Fondazione Carige, i restanti 200.000 € dovevano essere recuperati dal fondo per la riqualificazione delle zone circostanti alla casa di Colombo. Da allora la vicenda si è rivelata piuttosto lunga e contorta: il 17 settembre 2007 sul blog del quartiere di Sarzano compare una richiesta di petizione per chiedere la delibera per l’avvio dei lavori entro il 31 ottobre, data in cui si sarebbero persi i preziosi fondi della Carige e a catena tutti gli altri, questo per una complicazione burocratica dovuta al fatto che un privato (gli architetti sovra citati) dovesse intervenire, non a scopo di lucro, su un’area di demanio pubblico. Il 19 settembre appare un’ ulteriore problema dovuto al cambio di amministrazione che, sul banco di lavoro, ha semplicemente solo una parte del progetto (cioè il cambio di accesso ai lavatoi da via del colle evitando un collegamento con la parte bassa dei giardini). Manca tutta la parte determinante la costruzione del campetto sportivo e dell’area di svago. Roberta Morgano Assessore al verde e ai giardini si dichiara però disponibile a recuperare il progetto perduto e ad ascoltare le richieste sulla bonifica dell’area. Per fortuna la situazione sembra sbloccarsi e il 5 novembre 2007 il blog di Sarzano annuncia felice la perizia dei Giardini Baltimora da parte dell’Aster e della ditta appaltatrice per organizzare i lavori di bonifica. Dal primo gennaio al 15 ottobre i lavori hanno subito un abbandono per poi ricominciare fino ad oggi, in cui la zona dei lavatoi è nuovamente fruibile. Non si sa ancora come finiranno i lavori dei giardini, è recentemente apparso un articolo su mentelocale riguardante due giovanissime architette russe (Ekaterina Rumyantseva ventisei anni e Liudmila Sidorkevich ventiquattro anni) che, tramite Genova Urban Lab, un laboratorio di progettazione diretto da Renzo Piano per riqualificare le aree genovesi bisognose di rinascere sotto nuove vesti, hanno studiato, all’interno dei giardini, un’area dedicata a Paganini comprendente scuole di musica, un palcoscenico per rappresentazioni teatrali, attività di riqualificazione della zona il tutto circondato non più da muretti in cemento ma da pareti del cosiddetto verde verticale oltre a giochi, palestre di roccia e così via. Insomma le idee e la voglia di bonificare i Giardini Baltimora di certo non mancano, ovviamente la burocrazia, la crisi economica e le priorità dell’amministrazione ne ostacolano la volontà. Capitolo 7 SOCIOLOGIA E MORFOLOGIA DEL PROGETTO MOTIVAZIONI Dopo aver analizzato a fondo le problematiche dei Giardini Baltimora ho realizzato un progetto di riqualificazione utilizzando una linea generale al quale sono legate le scelte principali per ogni tipo di intervento: il tema è la comunicazione tra uomo e natura. Mi sono basata su questo tema perché, come ho già spiegato, in un centro urbano piuttosto trafficato, poter godere di uno spazio verde è, senz’altro, una grande fortuna, oltre ad essere una risorsa. Secondo l’analista junghiana Ruth Amman, citando il suo libro “il Giardino come spazio interiore” la psicologia dell’uomo può specchiarsi perfettamente con il linguaggio del giardino, nel quale può ritrovare la sua pace interiore ricordandogli quanto faccia parte di un sistema in costante movimento governato attraverso un delicato equilibrio. Il flusso con cui la natura segue il proprio corso dona benessere e pace interiore calmandoci dallo stress quotidiano. Le generazioni future dovranno basare molte delle loro scelte sulla salvaguardia dell’ecosistema, poter iniziare donando loro uno spazio dove potervi entrare in comunicazione sin da piccoli è, a mio avviso, molto importante. Un'altra caratteristica evidente è la mancanza di un senso di identificazione del luogo da parte della cittadinanza: questi giardini sono a Genova ma, strutturalmente parlando, non sono riconoscibili in quanto architettura tipica genovese e potrebbero essere trasferiti tranquillamente in un altro paese risultando anche lì completamente anonimi. Inoltre dall’analisi molti spazi risultano ambigui, senza una codificazione, per questo ho cercato di “scovare” gli angoli nascosti e di dare ad ognuno di loro una funzione ben specifica. ENTRATE E USCITE Un giardino che si rispetti dovrebbe essere correlato di un entrata ed un uscita ben specifiche in quanto questo, oltre a dargli un ordine, permette al fruitore di sentirsi protetto, rispettandolo nella propria privacy. Lascerei quindi aperte (ma custodite e vigilate) le entrate di Piazza Dante, che considererei come entrata principale, Via del Colle come entrata secondaria e Piazza Campo Pisano come uscita. L’uscita di Via Madre di Dio è particolarmente pericolosa perché collega i giardini ad una via trafficata per questo credo sia opportuno chiuderla con un cancello o fare in modo che venga sorvegliata. PIAZZA FARALLI, UNA PIAZZA NON PIAZZA La prima cosa da modificare è senza dubbio Piazza Faralli: i difetti di questo spazio, abbiamo visto, sono principalmente il non essere una piazza e in questo senso deve essere migliorata: innanzitutto è opportuna l’eliminazione dei motorini all’interno di essa, dopodiché servirà darle un punto focale centrale (lo spazio è ricco di zone “tese” senza che nessuna abbia la reale funzione di centro nevralgico), e colmare gli spazi inutilizzati con aree di servizio. Per far si che la piazza risulti concentrica (questo per darle una funzione sensoriale di centro di raccolta, di punto d’incontro, dialogo e scambio) partirei dal rifacimento della pavimentazione sostituendo le mattonelle orizzontali in cotto con una strutturazione concentrica in porfido. Le stesse griglie dovrebbero seguire l’andamento circolare della piazza risultando così meno fastidiose e visibili. Essendo la piazza chiusa e piuttosto protetta grazie ai muretti che la contengono il progetto prevede che al centro di essa, vengano poste delle strutture gioco per bambini, in questo caso una torretta comprensiva di altalena della ditta Sarba S. p. A. il tutto circondato da panchine. Nelle due aree inutilizzate della piazza concentrerei una parte fondamentale del progetto che riguarda la didattica: per amare la natura occorre conoscerla, per questo all’interno dei Giardini Baltimora è prevista una zona dove poter svolgere laboratori ludico didattici all’aperto e una, invece, al chiuso dove sarà possibile, oltre che svolgere laboratori con meno bambini, posizionare il materiale occorrente e organizzare piccoli eventi (mostre). La prima area sarà una struttura con copertura in tela sia riparata dall’alto che lateralmente (a discrezione della volontà degli operatori) e conterrà una serie di tavoli e strutture utili per facilitare l’elaborazione di oggetti e l’insegnamento. La parte dedicata alle esposizioni conterrà un area caratterizzata da scaffali a scomparsa utili per cambiare velocemente allestimento. È prevista la presenza di tavoli, seppur limitati, all’interno dell’area che, però, fungerà soprattutto come magazzino. Una lunga vetrata darà la possibilità a spettatori esterni di poter osservarne l’interno. Per dare un ulteriore senso di circolarità le prese d’aria rialzate presenti su tutta la piazza verranno parzialmente ricoperte con aiuole provvisorie contenenti arbusti e piante ornamentali disposte a senso circolare come ben si può notare dalla pianta. Inoltre gli angoli spigolosi dell’intera piazza verranno smorzati da una serie di vasi creati utilizzando del materiale isolante circondato da assi di legno. Le zone poco illuminate sotto i porticati degli uffici verranno illuminate utilizzando delle installazioni luminose che verranno poste anche all’esterno per segnalare la presenza dei Giardini Baltimora alla popolazione genovese. DISCESA NEL GIARDINO Giunta a questo punto della progettazione la problematica più evidente era la netta divisione tra l’area del giardino di destra (zona collinare) e quella di sinistra (zona infossata) causata principalmente da vico Pomogranato e dai muretti in cemento armato: ho quindi deciso di eliminare la via che taglia in due il giardino spostandola a un livello superiore che permetta al visitatore di godere della vista del giardino da un punto di vista superiore tentando di attenuare così l’impressione di essere finiti all’interno di un fosso piuttosto che in un area verde. Il nuovo sentiero offrirà inoltre la possibilità di poter accedere ad una zona piuttosto inesplorata, quella collinare appunto, sul quale sarà possibile offrire spazi espositivi per l’esposizione di opere costruite con materiali naturali come le installazioni presenti nella riserva di Artesella in Trentino piuttosto che opere scultoree che prevedano la possibilità di essere esposte ad agenti atmosferici.
Vico Pomogranato però non sarà completamente cancellato, ne rimarrà solamente una parte che servirà per accedere ad un area adibita a spettacoli teatrali, proiezione di film e concerti musicali: il progetto prevede la costruzione di una piattaforma di fronte alla piazzetta dove attualmente sorge la lapide del Paganini, che ingloberà gli alberi già presenti senza prevederne l’abbattimento; il muro dove sorge la lapide verrà munito di uno schermo sul quale sarà possibile proiettare film e quant’altro mentre l’area adibita a palcoscenico sarà esattamente allo stesso livello della piazza contornato da alcune gradinate dove sarà possibile sedersi e godere della visione del prato sottostante. La zona dove attualmente è disposta l’area gioco per i bambini verrà parzialmente restituita alla natura e, al suo posto, sorgerà una fontana ovoidale in polistirolo al quale verrà collegato un porticato costruito con la tecnica del salice vivo che, crescendo creerà in futuro uno spazio riparato dal sole completamente naturale. Il sentiero di pietra che collegava l’interno dei giardini con gli uffici verrà sostituito da una passerella formata da assi di legno parallele, ravvicinate l’una con l’altra, con pendenza all’8% leggermente sollevata dal terreno . Questo camminamento, collegato con altre zone d’acqua, uguali alla fontana in polistirolo descritta precedentemente, sarà utilizzabile da portatori di handicap e degenti in carrozzella. Inoltre il suo essere sollevata da terra darà la possibilità al prato sottostante di crescere indisturbato, sottolineando il messaggio che si vuole far percepire al fruitore del giardino: si può conoscere osservare la natura senza doverla per forza calpestare.
La parte di giardino posta di fronte agli uffici sarà ricoperta da pergolati in salice vivo e munita di tavoli e sedie da picnic. Si avrà così un’area relax dove sarà possibile mangiare pranzo al sacco, sedersi e sostare godendo del verde circostante. In alcune zone all’interno del prato , all’incirca a metà dell’area, verranno poste delle panchine, il tutto per dar la possibilità di sostare piuttosto che di proseguire come accadeva precedentemente. AREA MEDITATIVA Fin ora il progetto è pertinente: entrare in contatto con la natura significa conoscerla, “perdercisi” dentro, goderne le suggestioni favorendone la possibilità di sostarvi. Ma osservare e conoscere la natura può, come abbiamo più volte detto, riportarci a una dimensione spirituale, condizione in cui potremmo capire chi siamo conoscendoci meglio. In questo senso si prevede un’area meditativa in cui, riparati dalla frenesia del quotidiano, sia possibile ricostruire la nostra armonia interiore. Per utilizzare il linguaggio dei giardini si propone uno spazio con piante orientali, circondato da bambù, pietre levigate e sabbia: un giardino zen. La precedentemente nominata “area cani” sarà quindi bonificata e recintata di modo da renderla più appartata (ma non troppo visto che uno degli obiettivi sarà quello di eliminare le zone dove sia possibile nascondersi) per trasformarla in un luogo pacifico e rigenerante. La parte finale dei Giardini Baltimora, adiacente alla Scalinata Santa, verrà trasformata in un “luogo della memoria”: una mostra fotografica e una serie di pannelli illustrativi descriveranno la morfologia del quartiere all’avvento della sua demolizione, le storie, miti e leggende che circolano sul suo conto, gli abitanti storici e le testimonianze di chi ha assistito alla sua demolizione. Per creare un’identità con un luogo bisogna far si che risorga dalle proprie macerie, che renda una sua testimonianza per cercare nella città il suo, ormai demolito, senso di appartenenza.
SOLUZIONI AL CEMENTO ARMATO Una delle problematiche maggiori nei giardini è l’incombenza del grigiore che li circonda, dovuto all’altezza e alla mostruosità delle architetture dei palazzi della regione. I muri che si alzano vertiginosamente coprono la visuale del cielo e la luminosità del sole in diverse ore della giornata, effetto piuttosto spiacevole e, purtroppo, difficilmente risolvibile da un punto di vista scenografico e progettuale. L’unica possibilità a noi utile per modificarne l’aspetto e dare un minor senso di oppressione è quella di farli dialogare con la natura circostante: le pareti inferiori dei palazzi saranno, quindi, ricoperti da una barriera di muro vegetale, ovvero una struttura composta da PVC, feltro e rete metallica che, collocata al di sopra di un supporto verticale, fa si che questo, in breve tempo, si ricopra di un rigoglioso prato ad esso perpendicolare. Questa geniale invenzione, che si deve all’ Architetto Patrick Blanc , oltre a nascondere le “brutture” di architetture poco “gentili” con il paesaggio a loro circostante, offrono una serie di vantaggi: producono ossigeno, assorbono CO2 dell’atmosfera, assorbono i raggi UV nocivi per la nostra salute, mantengono il fresco durante l’estate all’interno dell’edificio e trattengono il calore al suo interno durante le ore notturne. Nonostante il prezzo di quest’impianto sia piuttosto elevato (600 € al metro quadrato, 1200 se la parete su cui effettuarne un’ installazione sia meno di 40 metri quadrati) l’effetto è sicuramente impeccabile. Per fare in modo che la spesa sia però contenuta si potrà abbinare alcuni tratti di pareti vegetali alla trasformazione pittorica del grigio attraverso l’utilizzo di colori che rendano le pareti il più mimetiche possibile. Si utilizzeranno quindi silicati o pitture resistenti all’acqua per donare ai palazzi della regione una livrea di colori simili a quelli circostanti, tonalità di verdi e di azzurri, di gialli e bruni mimetizzandoli il più possibile. Inoltre le pareti a vetro dovranno essere ripulite di modo che il sole vi si possa riflettere sopra tentando così di risanare la mancanza di luce in diverse ore della giornata. Purtroppo in questo caso i risanamenti difficilmente nasconderanno le enormi e sproporzionate pareti orizzontali ma la scenografia si occupa anche di questo, tentare con metodi poco “distruttivi” di risolvere un problema. SEGNALAZIONE DALL’ESTERNO In ultima fase parliamo della segnalazione dell’area. Attualmente i Giardini Baltimora sono totalmente nascosti alla popolazione, la mancanza di riguardo e attenzione nei suoi confronti è quasi totale, nessuno sembra dargli importanza. Questo atteggiamento deve essere assolutamente modificato se non si vuole dar rifugio a personalità sconvenienti. La segnalazione potrebbe interessare non solo l’area del giardino ma anche il centro storico circostante. Attraverso l’utilizzo di installazioni Omar Ronda , fondatore del movimento Cracking Art , crea una serie di percorsi intriseci di natura e contestazione da esporre in grandi centri cittadini: utilizzando la plastica crea una serie quasi infinita di forme naturali seriali, delfini, tartarughe, pinguini ecc.. che verranno successivamente esposte sollevate da terra, tramite cavi posti tra un palazzo e l’altro o disponendoli in file come se facessero parte di una carovana in movimento. Si tratta di una comunicazione chiara e forte che può essere utilizzata come segnalazione disponendo tali forme in modo che portino lo spettatore incuriosito all’interno dell’area verde. Una volta subentrati negli angoli dei palazzi queste sculture di plastica verranno utilizzate anche come fari per illuminare gli angoli bui dei portici precedentemente descritti producendo, inoltre, un senso di comunicabilità con l’esterno.
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